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	<title>Commenti a: Dalla Cina vorremmo di più&#8230;</title>
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		<title>Di: Andrea Berrini</title>
		<link>http://www.metropolidasia.it/blog/?p=153#comment-24</link>
		<dc:creator>Andrea Berrini</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 13:07:10 +0000</pubDate>
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		<description>Forse sono stato troppo &#039;tranchant&#039;. E&#039; evidente che gli scrittori, molti dei quali hanno vissuto in prima persona quel momento terribile, hanno una esigenza propria di ripercorrere il passato, di rielaborarlo. Ma vedo che concordiamo nella ricerca di una produzione narrativa più legata alla contemporaneità.
Grazie del link, lo mettiamo subito tra i consigliati</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Forse sono stato troppo &#8216;tranchant&#8217;. E&#8217; evidente che gli scrittori, molti dei quali hanno vissuto in prima persona quel momento terribile, hanno una esigenza propria di ripercorrere il passato, di rielaborarlo. Ma vedo che concordiamo nella ricerca di una produzione narrativa più legata alla contemporaneità.<br />
Grazie del link, lo mettiamo subito tra i consigliati</p>
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		<title>Di: Maria Gottardo</title>
		<link>http://www.metropolidasia.it/blog/?p=153#comment-13</link>
		<dc:creator>Maria Gottardo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 15:56:57 +0000</pubDate>
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		<description>Non sono d&#039;accordo sull&#039;analisi del rapporto degli autori &#039;attempati&#039; con la rivoluzione culturale, tema che secondo me non è un&#039;esca per  occidentali, ma (perlomeno in certi autori) una sincera esigenza di fare i conti col passato, anche e soprattutto sul piano individuale. Penso sia più facile per i cinesi digerire Piazza Tiananmen, &#039;incidente&#039;, così lo chiamano, caduto dall&#039;alto e quindi liquidabile come responsabilità del governo. Molto più difficile venire a patti con un fenomeno collettivo come la rivoluzione culturale, a cui le generazioni che l&#039;hanno vissuta hanno partecipato sia come vittime che come carnefici. Tanti sono stati carnefici,  almeno nel creare il clima di sospetto o discredito reciproco, ed è questo ruolo con cui è più difficile convivere, come mi par di capire in quest&#039;intervista a Wang Gang, l&#039;autore di &quot;English&quot;, dove si accenna proprio alle responsabilità individuali e al disagio e pudore che ancora oggi impediscono di chiudere quel periodo con l&#039;etichetta di passato: http://www.danwei.org/books/wang_gang_on_english_and_the_c.php
E poi,  come dice Yu Hua, la Cina è passata dal medioevo al futuro in soli trent&#039;anni, perciò, nonostante le proverbiali capacità mimetiche e di adattamento dei cinesi, difficoltà di metabolizzazione del passato prossimo e l&#039;esigenza di tornarci sopra non sono così incomprensibili. Oltre a Han Dong, ci è tornato recentemente anche Su Tong nel suo ultimo romanzo He&#039;an, da lui  definito il suo più importante (ovviamente può essere uno spot pubblicitario!). Credo che non abbia venduto molto e la cosa che non mi stupisce visto che  tutta la larga fascia dei lettori giovanissimi o un po&#039; meno giovani liquidano le storie  sulla rivoluzione culturale come noiosi racconti di vecchi nonni. Insomma, a me piace vederla come una tendenza sincera, poco orientata al mercato e forse dettata anche dalla voglia di tener viva la memoria, perchè la paura che certe cose possano ritornare, come da noi, non è mai del tutto esorcizzata. Detto questo, anch&#039;io spererei che qualcuno dei grandi scrivesse anche sulle non poche contraddizioni del presente!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono d&#8217;accordo sull&#8217;analisi del rapporto degli autori &#8216;attempati&#8217; con la rivoluzione culturale, tema che secondo me non è un&#8217;esca per  occidentali, ma (perlomeno in certi autori) una sincera esigenza di fare i conti col passato, anche e soprattutto sul piano individuale. Penso sia più facile per i cinesi digerire Piazza Tiananmen, &#8216;incidente&#8217;, così lo chiamano, caduto dall&#8217;alto e quindi liquidabile come responsabilità del governo. Molto più difficile venire a patti con un fenomeno collettivo come la rivoluzione culturale, a cui le generazioni che l&#8217;hanno vissuta hanno partecipato sia come vittime che come carnefici. Tanti sono stati carnefici,  almeno nel creare il clima di sospetto o discredito reciproco, ed è questo ruolo con cui è più difficile convivere, come mi par di capire in quest&#8217;intervista a Wang Gang, l&#8217;autore di &#8220;English&#8221;, dove si accenna proprio alle responsabilità individuali e al disagio e pudore che ancora oggi impediscono di chiudere quel periodo con l&#8217;etichetta di passato: <a href="http://www.danwei.org/books/wang_gang_on_english_and_the_c.php" rel="nofollow">http://www.danwei.org/books/wang_gang_on_english_and_the_c.php</a><br />
E poi,  come dice Yu Hua, la Cina è passata dal medioevo al futuro in soli trent&#8217;anni, perciò, nonostante le proverbiali capacità mimetiche e di adattamento dei cinesi, difficoltà di metabolizzazione del passato prossimo e l&#8217;esigenza di tornarci sopra non sono così incomprensibili. Oltre a Han Dong, ci è tornato recentemente anche Su Tong nel suo ultimo romanzo He&#8217;an, da lui  definito il suo più importante (ovviamente può essere uno spot pubblicitario!). Credo che non abbia venduto molto e la cosa che non mi stupisce visto che  tutta la larga fascia dei lettori giovanissimi o un po&#8217; meno giovani liquidano le storie  sulla rivoluzione culturale come noiosi racconti di vecchi nonni. Insomma, a me piace vederla come una tendenza sincera, poco orientata al mercato e forse dettata anche dalla voglia di tener viva la memoria, perchè la paura che certe cose possano ritornare, come da noi, non è mai del tutto esorcizzata. Detto questo, anch&#8217;io spererei che qualcuno dei grandi scrivesse anche sulle non poche contraddizioni del presente!</p>
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