Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Non era un segreto. Tutti nel kampong sapevano che Margio rubava spesso i polli di suo padre, non perché ne avesse bisogno, ma piuttosto perché era arrabbiato con lui. «Non so cosa sia saltato in mente a quel ragazzo per azzannare il collo di una persona» replicò il Maggiore Sadrah.
La persona in questione, Anwar Sadat, in quel momento giaceva immobile sotto un batik marrone, sul pavimento del suo salotto, che era pieno di luce ma tetro per il dolore insostenibile e i singhiozzi intermittenti delle donne in lacrime. La stoffa, intrisa di rosso, seguiva i contorni del cadavere, mentre il sangue continuava a scorrere sul pavimento. Scuro e grumoso. Nessuno osava tirare la tenda che divideva il mondo dei vivi da quello del morto, perché erano consci della carne lacerata e della ferita aperta che rendevano il cadavere più macabro di qualsiasi spettro. Il semplice pensiero li disgustava.
Due poliziotti arrivarono a bordo di un’autopattuglia il cui lampeggiante rosso continuava a roteare, anche se la sirena era spenta. Si bloccarono entrambi sulla soglia, non sapendo bene che fare. La moglie della vittima aveva rifiutato qualsiasi esame del cadavere. Era giusto, visto che tutti sapevano come era deceduto quell’uomo e chi era responsabile della sua morte. Anwar Sadat non aveva bisogno di un’autopsia, e le uniche cose che gli sarebbero state garantite erano il lavaggio rituale, il riempimento della ferita con batuffoli di cotone, le preghiere e una sepoltura immediata.

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

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