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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Nel piccolo aeroporto Sihar colpì ripetutamente con i pugni la panca in formica, scorticandosi le nocche delle mani. Colava sangue arancione scuro. Il sapore salato dell’aria di mare impregnava da ogni lato la piccola isola. Era infuriato con se stesso per non aver colpito Rosano così da impedirgli di causare il disastro che aveva previsto. E adesso per colpa sua il corpo del suo amico era scomparso senza alcuna traccia. Il solo commento di Rosano fu: «Anche noi siamo dispiaciuti per quello che è successo. Ma hanno agito in modo incauto. Tutto sommato l’incidente non è poi così grave. Infatti non abbiamo dovuto evacuare la piattaforma. E per questo possiamo considerarci fortunati. Purtroppo è uno dei rischi del lavoro», e  aggiunse altre poche parole di giustificazione che mostravano quanto considerasse di poca importanza l’incidente appena avvenuto. Sihar si maledì. Era disgustato.

Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Quell’uomo era così attraente che non solo aveva affascinato numerose ragazze quando era arrivato in città la prima volta, ma perfino dopo tanti anni, vecchio, ingrassato e con i capelli che si diradavano, era ancora un idolo agli occhi di donne avventurose che aspiravano ad avere una storia con lui. I suoi bei lineamenti erano in netto contrasto con quelli di sua moglie. Con un naso che sembrava il becco di un pappagallo, la mascella troppo pronunciata e modi freddi e altezzosi, più che una bella principessa Kasia sembrava una strega cattiva. In realtà non era così brutta, ma era decisamente il tipo di donna che annoiava la maggior parte degli uomini. A detta di molti Anwar Sadat, artista fallito, l’aveva sposata solo per i suoi soldi, e con quel denaro si era potuto permettere di andare a letto con un sacco di donne; sua moglie scopriva quasi sempre le sue scappatelle, ma non le importava, a patto che non spargesse il suo seme altrove.

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Rosano fissava Sihar con uno sguardo tagliente, provando a fare appello al suo self-control. «D’accordo!», disse, dopo aver respirato profondamente: «Cancellerò il tuo nome dal contratto. Farò rapporto alla Seismoclypse come da tua stessa richiesta». Si girò verso Iman che stava lì a bocca aperta tra loro due e lo indicò. «Adesso sei tu il responsabile qui. Fai partire quel dispositivo, altrimenti la Seismoclypse sarà costretta a pagare i danni».
Sihar allora cominciò a tremare leggermente e ad ansimare stringendo i denti per la rabbia. Guardò in faccia il suo apprendista che era rimasto di stucco. Il giovane era senza parole a causa delle grosse responsabilità che tutto a un tratto gli erano state affidate. Con gli occhi chiedeva la grazia al suo supervisore. Sihar non se la sentiva di gravare il suo assistente di un incarico così pesante. Laila lo sentì parlare ancora, in un tono più calmo, come se stesse tentando una marcia indietro: «Dammi pochi minuti per telefonare all’ufficio centrale».
«No,» Rosano afferrò la cornetta del telefono. «Sei licenziato. Non hai più il diritto di dare ordini. Potrai ancora mangiare e dormire nell’impianto se vorrai, fino a quando l’elicottero arriverà qui domani mattina. Se non vuoi, resta pure a digiuno». Rosano si girò ancora una volta verso Iman con un’espressione da comandante militare. «Fai partire quel dispositivo!»
«Tu sei pazzo, Ciano!»
Sihar corse via in cerca di un altro telefono.

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Nel suo infinito tempo libero, dato che non aveva mai avuto un vero lavoro dopo aver smesso di vendere i suoi quadri, giocava a scacchi con il Maggiore Sadrah, sponsorizzava la squadra di calcio della città e correva dietro alle ragazze. Svolgeva quest’ultima attività con più passione di quanta ne riservasse alla pittura: abbordava le ragazze e se le portava a letto, ma se la spassava anche con le vedove e le mogli compiacenti di altri uomini. Non era un segreto, perché i segreti non restavano a lungo nelle orecchie degli abitanti di quella città. Ciò nonostante, l’impressione di immoralità che dava non aveva mai eclissato il rispetto che la gente aveva per lui, e in ogni riunione gli permettevano di tenere lunghi discorsi che lo facevano risultare immancabilmente un abile oratore. Era affascinante, e per questa ragione gli altri lo perdonavano, inoltre bisogna considerare che anche la maggior parte dei suoi amici non si comportava in modo irreprensibile.
Quel mattino nessuno si era accorto che la Morte si era già posata sulla sua spalla. Era una persona che non appariva mai triste, come se il giorno della sua morte non fosse stato stabilito. Era andato a fare colazione alla bancarella di frittelle, come al solito, e aveva scherzato con le ragazzine in uniforme scolastica. Chiunque fosse passato lì vicino aveva potuto sentire le battute spiritose che uscivano dalla sua bocca piena di tempeh e frittelle. Anwar Sadat si era seduto sulla panchina davanti al fornello acceso, mentre il venditore versava la pastella nella piastra sul fuoco e faceva saltare ripetutamente il tempeh fritto nel wok pieno di olio bollente, poi si era alzato e si era messo a pizzicare il mento alle ragazzine finché non avevano protestato per quell’atteggiamento lascivo e si erano scostate per evitare che all’improvviso si sporgesse a baciar loro le guance.

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Non era un segreto. Tutti nel kampong sapevano che Margio rubava spesso i polli di suo padre, non perché ne avesse bisogno, ma piuttosto perché era arrabbiato con lui. «Non so cosa sia saltato in mente a quel ragazzo per azzannare il collo di una persona» replicò il Maggiore Sadrah.
La persona in questione, Anwar Sadat, in quel momento giaceva immobile sotto un batik marrone, sul pavimento del suo salotto, che era pieno di luce ma tetro per il dolore insostenibile e i singhiozzi intermittenti delle donne in lacrime. La stoffa, intrisa di rosso, seguiva i contorni del cadavere, mentre il sangue continuava a scorrere sul pavimento. Scuro e grumoso. Nessuno osava tirare la tenda che divideva il mondo dei vivi da quello del morto, perché erano consci della carne lacerata e della ferita aperta che rendevano il cadavere più macabro di qualsiasi spettro. Il semplice pensiero li disgustava.
Due poliziotti arrivarono a bordo di un’autopattuglia il cui lampeggiante rosso continuava a roteare, anche se la sirena era spenta. Si bloccarono entrambi sulla soglia, non sapendo bene che fare. La moglie della vittima aveva rifiutato qualsiasi esame del cadavere. Era giusto, visto che tutti sapevano come era deceduto quell’uomo e chi era responsabile della sua morte. Anwar Sadat non aveva bisogno di un’autopsia, e le uniche cose che gli sarebbero state garantite erano il lavaggio rituale, il riempimento della ferita con batuffoli di cotone, le preghiere e una sepoltura immediata.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Dopo aver mangiato ognuno di loro tornò al proprio lavoro. Laila andò in giro alla ricerca di angolazioni particolari per uno scatto perfetto o comunque capace di rendere la durezza del lavoro sull’impianto. Ma non poteva impedire ai suoi occhi di muoversi spasmodicamente per cercare Sihar. Lo individuarono al lavoro di fronte a un container. Non era solo, era insieme al suo apprendista. Stavano tentando di equilibrare la pressione altalenante dei cavi di ferro che andavano dalla finestrella del container fino al pozzo di estrazione.
Sopra la piattaforma gli operai, con indosso tute infangate ed elmetti di protezione tutti uguali, andavano avanti e indietro, come se l’impianto fosse un palcoscenico e loro fossero parte della rappresentazione. Laila li fotografò al lavoro.
«Queste foto non sono per le campagne di solidarietà per i lavoratori, vero?», le si rivolse Rosano con quel suo modo di fare: cordiale, dolce e insieme arrogante. Solo in seguito, Laila sarebbe venuta a sapere da Sihar che Rosano era figlio di un pezzo grosso del ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche. «La Texcoil gli ha pagato gli studi in America e gli ha dato questo lavoro a condizione che suo padre appianasse la concessione degli impianti petroliferi a Natuna», le spiegò Sihar. Ma Laila non sapeva se le raccontasse tutte quelle cose solo per schernire Rosano. Non riusciva più a essere obiettiva. E tutto sommato la cosa non le importava più di tanto.

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Nel gruppo dei cacciatori che il Maggiore Sadrah guidava da anni, Margio poteva essere definito il più bravo. Sulla schiena aveva ancora la cicatrice di una ferita dovuta alle zanne di un cinghiale, ma non era niente in confronto alla quantità di animali che si erano arresi di fronte alla sua lancia, prima di essere sospinti verso la trappola e catturati vivi. Un cinghiale morto non era di nessun interesse per loro, perciò, anche quando si trovavano ad affrontare fisicamente un esemplare inferocito, non tentavano di ucciderlo. Lo ferivano in modo lieve, prima di costringerlo a entrare nella trappola. Non volevano che i cinghiali morissero perché organizzavano combattimenti con i cani selvatici, ai quali si poteva assistere pubblicamente alla fine della stagione venatoria. Nella caccia piena di espedienti e di tranelli a quegli animali senza cervello, Margio era considerato un leader, per la sua corsa veloce e la sua lancia implacabile. Non tutti avevano il coraggio di assumersi quel ruolo, e per questo il ragazzo era particolarmente ammirato dai suoi compagni.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

La donna si chiamava Laila. L’uomo Toni. Erano lì perché la casa di produzione che gestivano – una piccola azienda più che una società vera e propria – aveva avuto un contratto per realizzare due progetti correlati. Il primo era un profilo aziendale della Texcoil Indonesia, una joint venture tra un’azienda locale e una compagnia mineraria con sede in Canada. Avevano anche avuto l’incarico da parte della Petroleum Extension Service di scrivere un libro sulla trivellazione nell’Asia orientale. Ma il padrone di casa sembrava agitato come se sentisse, nel momento in cui stava spiegando il funzionamento del pozzo, che qualcosa non andava come avrebbe dovuto. Parlavano e procedevano a passo piuttosto rapido sopra quella costruzione di acciaio e ferro conficcata in mezzo all’oceano, poggiata su quattro pilastri di sostegno. Gli operai in tuta da meccanico chinavano il capo in segno di rispetto quando incrociavano quel giovane poco più che trentenne, Ciano. Ma si udivano dei fischi non appena passava oltre. Laila cominciò a sentirsi un’estranea, essendo l’unica donna in quel posto fuori dal mondo. Quel posto era davvero fuori dal mondo, perché c’era solo una donna. Io.

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

«Perché?» aveva domandato Margio, riluttante a consegnare il suo giocattolo. «È solo un ferro vecchio che non serve a nessuno».
«Ma potresti comunque uccidere qualcuno con quella spada, se volessi», aveva risposto il Maggiore Sadrah.
«Infatti è quello che voglio fare».
Benché il ragazzo avesse dichiarato così apertamente di voler uccidere un uomo, il Maggiore Sadrah non aveva dato peso a quell’affermazione. Aveva cercato di convincerlo e, dopo averlo minacciato di portarlo al distretto militare, era riuscito a farsi consegnare la spada, che aveva poi gettato sopra la gabbia dei cani dietro casa sua.
Per tutto il pomeriggio non aveva più pensato a quell’episodio e non aveva notato nessun presagio di catastrofe: forse era diventato vecchio e non era più attento come una volta. Era quasi dispiaciuto di aver confiscato quell’inutile spada. Con quell’arma logora tra le mani di Margio, forse Anwar Sadat non sarebbe morto. Anche se il ragazzo l’avesse colpito più volte al collo, al massimo gli avrebbe fatto qualche livido o rotto qualche osso. Rabbrividì mentre immaginava come Margio avesse ghermito Anwar Sadat e con quanta forza le sue mascelle avessero stretto il collo del pover’uomo.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Da quel momento decidemmo di non incontrarci mai più. Desideravo continuamente di telefonargli. Come si sente? Com’è la sua faccia? Ancora dopo due o tre mesi, ogni volta che squillava il telefono, a casa o in ufficio, speravo che fosse lui. Il quarto mese realizzai che si stava volutamente tenendo a distanza. Chissà per quale motivo. Forse voleva proteggere i sentimenti di sua moglie. Forse proteggeva i suoi. Una volta aveva detto che vedermi gli avrebbe solo provocato dei dolori lancinanti, in quanto in quegli incontri era nascosto qualcosa di cui doveva a tutti i costi liberarsi. Forse era solo desiderio. «Una volta che sei sposato, la realtà è questa». Forse anch’io avrei dovuto proteggere i sentimenti di sua moglie, o i suoi. Io, dopotutto, non ero sposata, quindi non avevo bisogno di rinunciare. Però lui mi mancava così tanto. Ma chi tra noi doveva valutare i nostri sentimenti? Alla fine ero io che me ne dovevo sobbarcare il peso. Perché non ero ancora sposata. Perché ero l’ultima arrivata. Tre anni prima.

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