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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Rosano fissava Sihar con uno sguardo tagliente, provando a fare appello al suo self-control. «D’accordo!», disse, dopo aver respirato profondamente: «Cancellerò il tuo nome dal contratto. Farò rapporto alla Seismoclypse come da tua stessa richiesta». Si girò verso Iman che stava lì a bocca aperta tra loro due e lo indicò. «Adesso sei tu il responsabile qui. Fai partire quel dispositivo, altrimenti la Seismoclypse sarà costretta a pagare i danni».
Sihar allora cominciò a tremare leggermente e ad ansimare stringendo i denti per la rabbia. Guardò in faccia il suo apprendista che era rimasto di stucco. Il giovane era senza parole a causa delle grosse responsabilità che tutto a un tratto gli erano state affidate. Con gli occhi chiedeva la grazia al suo supervisore. Sihar non se la sentiva di gravare il suo assistente di un incarico così pesante. Laila lo sentì parlare ancora, in un tono più calmo, come se stesse tentando una marcia indietro: «Dammi pochi minuti per telefonare all’ufficio centrale».
«No,» Rosano afferrò la cornetta del telefono. «Sei licenziato. Non hai più il diritto di dare ordini. Potrai ancora mangiare e dormire nell’impianto se vorrai, fino a quando l’elicottero arriverà qui domani mattina. Se non vuoi, resta pure a digiuno». Rosano si girò ancora una volta verso Iman con un’espressione da comandante militare. «Fai partire quel dispositivo!»
«Tu sei pazzo, Ciano!»
Sihar corse via in cerca di un altro telefono.

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Nel suo infinito tempo libero, dato che non aveva mai avuto un vero lavoro dopo aver smesso di vendere i suoi quadri, giocava a scacchi con il Maggiore Sadrah, sponsorizzava la squadra di calcio della città e correva dietro alle ragazze. Svolgeva quest’ultima attività con più passione di quanta ne riservasse alla pittura: abbordava le ragazze e se le portava a letto, ma se la spassava anche con le vedove e le mogli compiacenti di altri uomini. Non era un segreto, perché i segreti non restavano a lungo nelle orecchie degli abitanti di quella città. Ciò nonostante, l’impressione di immoralità che dava non aveva mai eclissato il rispetto che la gente aveva per lui, e in ogni riunione gli permettevano di tenere lunghi discorsi che lo facevano risultare immancabilmente un abile oratore. Era affascinante, e per questa ragione gli altri lo perdonavano, inoltre bisogna considerare che anche la maggior parte dei suoi amici non si comportava in modo irreprensibile.
Quel mattino nessuno si era accorto che la Morte si era già posata sulla sua spalla. Era una persona che non appariva mai triste, come se il giorno della sua morte non fosse stato stabilito. Era andato a fare colazione alla bancarella di frittelle, come al solito, e aveva scherzato con le ragazzine in uniforme scolastica. Chiunque fosse passato lì vicino aveva potuto sentire le battute spiritose che uscivano dalla sua bocca piena di tempeh e frittelle. Anwar Sadat si era seduto sulla panchina davanti al fornello acceso, mentre il venditore versava la pastella nella piastra sul fuoco e faceva saltare ripetutamente il tempeh fritto nel wok pieno di olio bollente, poi si era alzato e si era messo a pizzicare il mento alle ragazzine finché non avevano protestato per quell’atteggiamento lascivo e si erano scostate per evitare che all’improvviso si sporgesse a baciar loro le guance.

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Non era un segreto. Tutti nel kampong sapevano che Margio rubava spesso i polli di suo padre, non perché ne avesse bisogno, ma piuttosto perché era arrabbiato con lui. «Non so cosa sia saltato in mente a quel ragazzo per azzannare il collo di una persona» replicò il Maggiore Sadrah.
La persona in questione, Anwar Sadat, in quel momento giaceva immobile sotto un batik marrone, sul pavimento del suo salotto, che era pieno di luce ma tetro per il dolore insostenibile e i singhiozzi intermittenti delle donne in lacrime. La stoffa, intrisa di rosso, seguiva i contorni del cadavere, mentre il sangue continuava a scorrere sul pavimento. Scuro e grumoso. Nessuno osava tirare la tenda che divideva il mondo dei vivi da quello del morto, perché erano consci della carne lacerata e della ferita aperta che rendevano il cadavere più macabro di qualsiasi spettro. Il semplice pensiero li disgustava.
Due poliziotti arrivarono a bordo di un’autopattuglia il cui lampeggiante rosso continuava a roteare, anche se la sirena era spenta. Si bloccarono entrambi sulla soglia, non sapendo bene che fare. La moglie della vittima aveva rifiutato qualsiasi esame del cadavere. Era giusto, visto che tutti sapevano come era deceduto quell’uomo e chi era responsabile della sua morte. Anwar Sadat non aveva bisogno di un’autopsia, e le uniche cose che gli sarebbero state garantite erano il lavaggio rituale, il riempimento della ferita con batuffoli di cotone, le preghiere e una sepoltura immediata.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Dopo aver mangiato ognuno di loro tornò al proprio lavoro. Laila andò in giro alla ricerca di angolazioni particolari per uno scatto perfetto o comunque capace di rendere la durezza del lavoro sull’impianto. Ma non poteva impedire ai suoi occhi di muoversi spasmodicamente per cercare Sihar. Lo individuarono al lavoro di fronte a un container. Non era solo, era insieme al suo apprendista. Stavano tentando di equilibrare la pressione altalenante dei cavi di ferro che andavano dalla finestrella del container fino al pozzo di estrazione.
Sopra la piattaforma gli operai, con indosso tute infangate ed elmetti di protezione tutti uguali, andavano avanti e indietro, come se l’impianto fosse un palcoscenico e loro fossero parte della rappresentazione. Laila li fotografò al lavoro.
«Queste foto non sono per le campagne di solidarietà per i lavoratori, vero?», le si rivolse Rosano con quel suo modo di fare: cordiale, dolce e insieme arrogante. Solo in seguito, Laila sarebbe venuta a sapere da Sihar che Rosano era figlio di un pezzo grosso del ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche. «La Texcoil gli ha pagato gli studi in America e gli ha dato questo lavoro a condizione che suo padre appianasse la concessione degli impianti petroliferi a Natuna», le spiegò Sihar. Ma Laila non sapeva se le raccontasse tutte quelle cose solo per schernire Rosano. Non riusciva più a essere obiettiva. E tutto sommato la cosa non le importava più di tanto.

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Nel gruppo dei cacciatori che il Maggiore Sadrah guidava da anni, Margio poteva essere definito il più bravo. Sulla schiena aveva ancora la cicatrice di una ferita dovuta alle zanne di un cinghiale, ma non era niente in confronto alla quantità di animali che si erano arresi di fronte alla sua lancia, prima di essere sospinti verso la trappola e catturati vivi. Un cinghiale morto non era di nessun interesse per loro, perciò, anche quando si trovavano ad affrontare fisicamente un esemplare inferocito, non tentavano di ucciderlo. Lo ferivano in modo lieve, prima di costringerlo a entrare nella trappola. Non volevano che i cinghiali morissero perché organizzavano combattimenti con i cani selvatici, ai quali si poteva assistere pubblicamente alla fine della stagione venatoria. Nella caccia piena di espedienti e di tranelli a quegli animali senza cervello, Margio era considerato un leader, per la sua corsa veloce e la sua lancia implacabile. Non tutti avevano il coraggio di assumersi quel ruolo, e per questo il ragazzo era particolarmente ammirato dai suoi compagni.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

La donna si chiamava Laila. L’uomo Toni. Erano lì perché la casa di produzione che gestivano – una piccola azienda più che una società vera e propria – aveva avuto un contratto per realizzare due progetti correlati. Il primo era un profilo aziendale della Texcoil Indonesia, una joint venture tra un’azienda locale e una compagnia mineraria con sede in Canada. Avevano anche avuto l’incarico da parte della Petroleum Extension Service di scrivere un libro sulla trivellazione nell’Asia orientale. Ma il padrone di casa sembrava agitato come se sentisse, nel momento in cui stava spiegando il funzionamento del pozzo, che qualcosa non andava come avrebbe dovuto. Parlavano e procedevano a passo piuttosto rapido sopra quella costruzione di acciaio e ferro conficcata in mezzo all’oceano, poggiata su quattro pilastri di sostegno. Gli operai in tuta da meccanico chinavano il capo in segno di rispetto quando incrociavano quel giovane poco più che trentenne, Ciano. Ma si udivano dei fischi non appena passava oltre. Laila cominciò a sentirsi un’estranea, essendo l’unica donna in quel posto fuori dal mondo. Quel posto era davvero fuori dal mondo, perché c’era solo una donna. Io.

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

«Perché?» aveva domandato Margio, riluttante a consegnare il suo giocattolo. «È solo un ferro vecchio che non serve a nessuno».
«Ma potresti comunque uccidere qualcuno con quella spada, se volessi», aveva risposto il Maggiore Sadrah.
«Infatti è quello che voglio fare».
Benché il ragazzo avesse dichiarato così apertamente di voler uccidere un uomo, il Maggiore Sadrah non aveva dato peso a quell’affermazione. Aveva cercato di convincerlo e, dopo averlo minacciato di portarlo al distretto militare, era riuscito a farsi consegnare la spada, che aveva poi gettato sopra la gabbia dei cani dietro casa sua.
Per tutto il pomeriggio non aveva più pensato a quell’episodio e non aveva notato nessun presagio di catastrofe: forse era diventato vecchio e non era più attento come una volta. Era quasi dispiaciuto di aver confiscato quell’inutile spada. Con quell’arma logora tra le mani di Margio, forse Anwar Sadat non sarebbe morto. Anche se il ragazzo l’avesse colpito più volte al collo, al massimo gli avrebbe fatto qualche livido o rotto qualche osso. Rabbrividì mentre immaginava come Margio avesse ghermito Anwar Sadat e con quanta forza le sue mascelle avessero stretto il collo del pover’uomo.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Da quel momento decidemmo di non incontrarci mai più. Desideravo continuamente di telefonargli. Come si sente? Com’è la sua faccia? Ancora dopo due o tre mesi, ogni volta che squillava il telefono, a casa o in ufficio, speravo che fosse lui. Il quarto mese realizzai che si stava volutamente tenendo a distanza. Chissà per quale motivo. Forse voleva proteggere i sentimenti di sua moglie. Forse proteggeva i suoi. Una volta aveva detto che vedermi gli avrebbe solo provocato dei dolori lancinanti, in quanto in quegli incontri era nascosto qualcosa di cui doveva a tutti i costi liberarsi. Forse era solo desiderio. «Una volta che sei sposato, la realtà è questa». Forse anch’io avrei dovuto proteggere i sentimenti di sua moglie, o i suoi. Io, dopotutto, non ero sposata, quindi non avevo bisogno di rinunciare. Però lui mi mancava così tanto. Ma chi tra noi doveva valutare i nostri sentimenti? Alla fine ero io che me ne dovevo sobbarcare il peso. Perché non ero ancora sposata. Perché ero l’ultima arrivata. Tre anni prima.

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L’uomo tigre finalista al Man Booker International Prize

Seminare scrittori: è possibile? Vederli crescere.

Quando partivo per l’Asia, anni fa, prima di stabilirmi a Pechino, qualcuno mi salutava augurando: buon raccolto! Avevo già pubblicato Ayu Utami, ero a Jakarta dove Metropoli d’Asia partecipava a un premio letterario, il Khatulistiwa, che però quell’anno non diede frutti. O almeno, a me non parvero all’altezza. Dissero: anno sfortunato. Risposi: e allora chi? E insistevo: un autore più giovane, in sintonia con i lettori più giovani. Domandavano: adatto al mercato europeo?

Mi indignavo, quasi. No! Io cerco i romanzi degli indonesiani, romanzi piantati nell’identità nuova di un paese, dentro alla sua mutazione profonda come tutta l’Asia. Insomma cosa piace qua? Chi ci sa raccontare qualcosa dell’Indonesia di oggi? Un pochino petulante, lì, nel ripetere che no, non voglio l’ambientazione storica, o il racconto delle tradizioni ancestrali. Che li apprezzo, certo, quei buoni romanzi, ma che per Metropoli d’Asia mi piace la contemporaneità.

Al di là del mestiere di editore, dicevo, mi interessa capire cosa si pensa e scrive e si legge qui, oggi, in queste megalopoli piene di traffico e di gente ormai simile a noi. Al macero l’esotismo. Datemi l’Asia dura, anche feroce, dell’oggi.

Lelaki Harimau, letteralmente l’Uomo Tigre, l’ho comprato il 28 novembre del 2010. E, accidenti, avevo in mano anche un secondo romanzo. Ma dovevamo rallentare, fare qualche libro di meno. Chiesi una proroga per il primo romanzo, non esercitai l’opzione sul secondo, e ormai mi sa che non ci arrivo più. E’ uscito, il nostro uomo tigre in italiano, nel gennaio dello scorso anno.

E nel frattempo, quest’Asia in timelapse ha accorciato le distanze con noi. Ci sono sempre più vicini, gli asiatici delle città, anche quando raccontano storie che sanno di favola, perché gli vivono nei polpastrelli, mentre battono sulle tastiere. E adesso arrivano, nelle longlist, sui nostri magazine, ai festival letterari. Portano il profumo di un Asia diversa, un’Asia le cui fatiche assomigliano alle nostre.

Congrats, Eka! E grazie.


Man Booker International Prize Longlist

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Nessuno aveva mai sentito parlare di un metodo così primitivo per uccidere. Negli ultimi dieci anni in città si erano registrati dodici omicidi, commessi con un machete o una spada. Mai una pistola, mai un kris e soprattutto mai i morsi. O meglio, c’erano stati centinaia di casi che avevano implicato morsi, particolarmente in liti tra donne, ma nessuno si era concluso con la morte. Le identità dell’assassino e della vittima rendevano la notizia ancora più sconvolgente. Conoscevano molto bene sia il giovane Margio sia l’anziano Anwar Sadat, e non avrebbero mai creduto che potessero diventare protagonisti di una tragedia del genere, a prescindere da quanto Margio desiderasse uccidere qualcuno e da quanto fosse odioso l’uomo di nome Anwar Sadat.

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

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