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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Perché toccava a lei cucinare la domenica? Si era infuriata e avevano litigato. Alla fine, lui si era buttato la giacca sulle spalle ed era uscito in fretta, chissà dove era andato, e non era tornato fino all’alba. Sapeva che non gli andava per niente a genio che lei studiasse pittura, ma in realtà ciò che proprio non sopportava era che avesse contatti con altri uomini. Già non era contento che passasse una sera alla settimana a casa del maestro per la lezione, e il giorno prima, vedendola tornare a casa tardi, si era insospettito subito. Per fortuna lavorava, faceva la commessa nella cartoleria vicina, e tutto il materiale per la pittura lo comprava con i suoi soldi, così lui non poteva proibirle di continuare a studiare. Ora poi che andava a dipingere anche la domenica mattina lui era, se possibile, ancora più scontento, e aveva cercato una scusa per litigare.

Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

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Lancio a effetto su Internazionale

Il settimanale Internazionale ha proposto la recensione di Dawn su Lancio a effetto, di Omar Shahid Hamid, recentemente pubblicato da Metropoli d’Asia. Viene valutato con quattro stelle su cinque e definito un romanzo dal quale è difficile staccarsi.


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Da Lancio a effetto, di Omar Shahid Hamid

Di notte, il deserto può far paura. Il buio cala in un attimo sul paesaggio spoglio. La notte porta con sé un gelo che penetra fin nelle ossa. Ma la cosa più snervante è il silenzio. Il minimo rumore si amplifica a dismisura riecheggiando negli immensi spazi vuoti. Il latrato di uno sciacallo solitario risuona come una minaccia. La sparuta vegetazione proietta ombre sinistre mentre il vento, sibilando, solleva manciate di polvere che danzano eteree alla luce della luna. In un posto del genere, la mente inizia a giocare tiri mancini ai sensi. Ogni sagoma, ombra o rumore veicola una sensazione intrinseca di paura.
Ciò era vero in special modo per il gruppetto di poliziotti riuniti intorno al fuoco in un angolo particolarmente desolato del deserto di Nara. Avevano allestito il loro piccolo accampamento tra due costruzioni a un solo piano in mezzo al nulla. Per trovare la traccia di civiltà più vicina bisognava varcare il confine con l’India, a due chilometri di distanza. Anche le costruzioni erano fatiscenti, porte, finestre e infissi vari asportati da lungo tempo. Solo in una stanza, nel più grande dei due edifici, spiccava una nuova serie di lustre sbarre d’acciaio alla finestra. La strada che portava all’accampamento era poco più di un sentiero sterrato. All’ingresso c’era una vecchia insegna, che ormai penzolava dai cardini: identificava quel complesso come La Scuola di Zootecnica del Dipartimento forestale.

 Da Lancio a effetto, di Omar Shahid Hamid

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

Non riuscivo a capire. La persona agitò le mani alzate verso di noi. Quando la figura che guadava fu più vicina, Ismet esclamò: «Ya Tuhan. Vedi anche tu quello che vedo io?».
Era Nain, la matta delle sanguisughe. Riconoscemmo i suoi capelli bianchi arruffati che si tagliava di tanto in tanto con un falcetto. Da lontano era solo una sagoma scura. Quando si avvicinò ci accorgemmo che sembrava nera perché era cosparsa di sanguisughe che si contorcevano. Mi chiesi se fosse nuda sotto quell’involucro di sanguisughe che le ricoprivano il volto, il corpo e le braccia. Le strisciavano sotto le ascelle e si appendevano ai capezzoli, ai lobi delle orecchie e alle palpebre. Chiudeva e riapriva con forza gli occhi per tenerle lontane, ma una si era già attaccata al margine del bulbo oculare. Teneva le braccia alzate, piene di creature, per farle stare fuori dall’acqua.
Ismet disse: «Ya Allah, Kak Nain. Cosa le è successo?».
La donna rispose: «Dovevo salvarle. Le mie ba…». Alcune sanguisughe le strisciarono in bocca (quando la aprì per dire “a”) e lei cercò di sputarle fuori. «Le mie bambine». La lingua si muoveva nella bocca come se stesse cercando di togliere un pezzo di cibo rimasto incastrato tra i molari.

Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

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Lancio a effetto sul manifesto

Il nuovo libro di Metropoli d’Asia, Lancio a effetto, di Omar Shahid Hamid, ha ricevuto una recensione sul manifesto firmata da Matteo Miavaldi. Oltre a sottolineare la qualità della traduzione di Giovanni Garbellini, prima di parlare della storia nella prima parte dell’articolo ci si sofferma su alcuni aspetti personali dell’autore, che denotano “una biografia dolorosamente adeguata all’indagine dell’estremismo islamico” (il padre venne ucciso dal membro di una formazione politica vicina all’estremismo islamico).


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Lancio a effetto

Lancio a effetto, di Omar Shahid Hamid

In libreria dal primo marzo

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Una caccia all’uomo avvincente e originale: non si cerca l’assassino, che è in prigionia fin dall’inizio, ma il destinatario delle sue lettere. È anche la storia di un’amicizia fra tre persone e il ritratto di un Paese, anzi di un territorio più allargato (si parla del conflitto tra India e Pakistan per il controllo del Kashmir, di Afghanistan, dell’11 settembre). È di grande attualità, anche perché le modalità con cui agisce Uzair (decapitazione filmata di un prigioniero) ricordano molto l’Isis. Inoltre l’Autore ha un’esperienza diretta, essendo un poliziotto e avendo subito un attentato e minacce da parte di terroristi. Vengono descritti vari ambienti, dalle scuole elitarie in Pakistan e Stati Uniti, ai campi di addestramento per jihadisti in Afghanistan, dal deserto pachistano a Londra, dai gruppi fondamentalisti religiosi alle squadre scolastiche di cricket. Si sottolineano le differenze tra Oriente e Occidente, che provocano spaesamento nei rampolli delle famiglie ricche pachistane che vanno a studiare nei college americani. L’Autore mette in ridicolo non solo il fanatismo religioso, ma denuncia anche la corruzione di polizia e governo.

Traduzione di Giovanni Garbellini

 

Da Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

Domenica 24 ottobre 1999, di mattina, Borilal realizzò che aveva dinanzi a sé tre possibilità. Poteva andare a vedere un film al cinema, poteva andare a trovare sua sorella a casa dei suoceri, a Belghoria, oppure, per esercitare la consapevolezza di sé, poteva andare al campo crematorio di Keoratola a studiare le debolezze dell’essere umano. Per qualche misterioso motivo, Borilal fu attratto verso l’opzione Keoratola. E si lasciò condurre da quell’attrazione.
Al campo crematorio di Keoratola non esistono tour guidati. A quanto risulta, nessuna agenzia di viaggi ha mai lanciato slogan pubblicitari del tipo «Venite ad assistere a una puja a Keoratola!», oppure «Andiamo con i nostri amici a fare un bel giro a Keoratola!». Borilal, però, aveva notato la presenza di una guida invisibile, che per prima cosa conduce in maniera decisa il visitatore verso la parte dove ci sono i forni elettrici, quelli che a seconda del peso e della dimensione del corpo aprono e chiudono e riaprono e richiudono il portello come una grande mandibola. A meno che non si rompano. Quando tutte le fornaci sono accese nello stesso momento, si presenta una di quelle scene sovrannaturali che in pochi possono dire di aver visto. D’altra parte di morti non c’è mai penuria. A volte si crea una coda talmente lunga che a Keoratola si registra il tutto esaurito, e allora i morti devono andare a Shiriti o a Goria per liberarsi dal proprio corpo. I visitatori di solito si fermano a vedere i forni elettrici e, soddisfatti della loro esperienza al campo crematorio, dove hanno meditato sulla vacuità dell’esistenza umana, si dirigono a passo svelto verso le bancarelle di cibarie e snack. Una volta i morti venivano bruciati a legna sulle pire funebri. Anche il forno elettrico è desueto. Ormai in tutte le case si è fatto spazio per un piccolo forno a microonde, una versione in miniatura della suddetta fornace. Questo tipo di forno ovviamente non produce ceneri, però ha le opzioni grill, bake, tandoori eccetera. E di solito queste opzioni non vengono applicate al corpo umano.

Gli ammutinati di CalcuttaNabarun Bhattacharya

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Da Pavana per una principessa defunta, di Park Min-gyu

Fra gli alberi allineati comparve l’insegna luminosa del Santorini. Una luce solitaria e desolata, simile a una galassia sul punto di spegnersi.
«Pensavo che non sarebbe venuto», disse lei con la voce fioca e la testa china come un pupazzo di neve sul punto di essere deformato dal peso dei fiocchi.
Una stranezza di quel momento.
«Mi sei mancata tanto».
Quelle parole risuonarono nel mio cuore come un’allucinazione uditiva. Non le pronunciai ad alta voce. Mi limitai a rallentare per qualche istante il passo per spazzar via delicatamente la neve dai suoi capelli e dalla sua sciarpa. Nonostante la sua timidezza, lei mi imitò. Ci guardammo, come due pupazzi di neve che, posti uno di fronte all’altro, cercano di tranquillizzarsi. Senza dire una parola, l’abbracciai. Tutto ciò, seppur irragionevole, era alquanto prevedibile. Restammo così sotto la neve, sebbene lei fosse gelida come una principessa defunta. Una banderuola a forma di gallo posta sulla cima di un palo di ferro cigolò ruotando verso di noi. Su uno steccato dalla pittura scrostata era appesa una decorazione a tema natalizio le cui lampadine si accendevano a intermittenza come lucciole, sostituendo il cartello chiusura provvisoria affisso lì un mese prima. E quelle lucciole scintillanti furono per noi una benedizione.

 Da Pavana per una principessa defunta, di Park Min-gyu

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Da dollari la mia passione, di Zhu Wen

Questo è il prologo della storia, che però andando avanti si fa piuttosto triste. Xiao Ai in realtà è una passeggiatrice, sì, insomma, una che per guadagnarsi da vivere va a letto con chiunque. Tutte le settimane va a farsi fare un ritratto da Xiao Lin, che con quel che lei gli dà riesce a campare e a comprare qualche colore. Ogni volta che lui finisce i soldi, lei riappare. Va da sé che Xiao Lin, studiandola nel dettaglio tutte le settimane per farle il ritratto, se ne innamora perdutamente. Ma lei rifiuta ogni proposta meno che casta del pittore, che pur soffrendo può però continuare a dipingere. Superato così il periodo più difficile, Xiao Lin, che finalmente ha cominciato a vendere qualche quadro e a farsi un nome, decide di trasferirsi altrove per tentare di far carriera. Va in cerca di Xiao Ai per dirglielo e, penso io, per portarsela a letto, tanto per mettere una qualche etichetta al loro rapporto. Ma evidentemente il destino gli è avverso, e non la trova. Allora incolla sulla sua bancarella una lettera aperta per lei, nella quale le dichiara il suo amore, la supplica di non sfuggirgli e le lascia il nuovo recapito. Lontano dalla città, Xiao Lin vive sempre nell’attesa di una lettera da Xiao Ai, che però non arriva. Continua la sua carriera artistica ispirato dalla struggente nostalgia di quest’amore finché diventa un pittore famosissimo. Il finale è scontato come inevitabilmente succede in questo genere di storie: ottenuti fama e successo, Xiao Lin torna nella città d’origine dove s’imbatte per caso in Xiao Ai, prostituta ormai sfiorita e disertata dai clienti.

Da Dollari la mia passione, di Zhu Wen

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Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

Quel nome gli diede una scossa. Rivide file di banchi marroni e panche sfigurate da scritte puerili incise a mano. Rivide una decina di ragazzini dal volto arrossato in pantaloncini beige e camicia di flanella color crema, con l’odiata cravatta marrone. Vide se stesso in mezzo a loro. E un viso dal naso rincagnato da pugile, peloso ben più dei suoi coetanei, con una serie di denti equini e un paio d’occhietti perfidi. Sentì il braccio che gli si torceva e una fiatata calda che gli urlava nell’orecchio.
«Brutto figlio di puttana! Cosa mi hai detto? Prova a ridirlo! Ti spezzo il braccio. Ti strizzo le palle finché non pisci blu!»
«Ahiaaa… nooo! E lasciami! Pietà, Hoshi, pietà…». Poi, schizzato fuori tiro e quasi a metà del cortile non appena la morsa della sua stretta si era allentata (lui era veloce, e Hoshi troppo pigro per rincorrerlo), il grido: «Brutto ippo-pippopotamo!».
Le immagini si fecero più nitide e gli tornarono in mente altre scene: Ippo G. che molestava la professoressa d’inglese. Ippo G. che rovesciava mezza boccetta di inchiostro Camel blu reale sul retro della cotta bianca di un prete. Ippo G. che metteva una confezione intera di lassativo nel caffè dell’insegnante di disegno. Ippo G. che faceva girare un mazzo di carte porno durante l’ora della preghiera. Ippo G. con le braghe calate che si misurava le dimensioni del pene turgido con una squadra da disegno per decidere chi aveva vinto una scommessa. Alla fine il grande Ippopotamo, ormai assurto al ruolo di eroe leggendario, che veniva espulso dalla scuola.

Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

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mezzinni@mailxu.com