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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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    • Scrittori dalle metropoli su Rock’n'Read
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    • Andrea Berrini intervistato su Lettera Donna
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Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

Io stavo arrostendo sul palo, ero sempre più madido di sudore e faticavo a tenere le gambe incrociate. Lanciai un’occhiata all’edificio della scuola e vidi che, mentre i docenti erano usciti a portare i materassini, gli studenti erano fuori controllo. Il ballatoio del quinto piano era gremito di vestiti multicolori e testoline nere.

La coordinatrice della nostra classe, valutando i materassini e credendo di parlare a bassa voce, commentò: «Non sono abbastanza spessi, può essere pericoloso».
Il maestro Liu la spinse via dicendo: «Se cade, lo prendo io».

Per spirito di partecipazione scatenato dall’euforia generale, a qualcuno venne in mente di posare in terra la cartella perché facesse da materasso. In un attimo fu il pandemonio. Tutti i ragazzi strillavano: «Mettiamo le cartelle per salvarlo, mettiamo le cartelle per salvarlo!» Così, bambini e bambine si precipitarono a frotte con la cartella. C’erano quattro sezioni per ogni anno, che sono sei, e cinquanta alunni per classe, per un totale di milleduecento. Quindi milleduecento cartelle accatastate l’una sull’altra in meno di cinque minuti, un mucchio alto almeno tre metri e più di un migliaio di bambini radunati nel parco giochi, mentre gli altoparlanti strepitavano senza sosta: «Si invitano gli alunni a tornare in classe, si invitano gli alunni a tornare in classe». Nessuno ci fece caso.

Gli insegnanti discutevano in cerchio. Secondo il maestro di ginnastica, le cartelle non erano esattamente morbide; se cadevo e finivo con la testa su un astuccio, sarebbe stata una tragedia, erano meglio i materassini, che però adesso erano sepolti e pertanto inservibili. Bisognava estrarli e rimetterli sopra.

Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

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Da L’impero delle luci, di Kim Young-ha

Dopo essersi accertato che il suo impiegato fosse tornato a sedersi al suo posto, riaprì la pagina di Outlook. Chiuse tutte le altre finestre e si apprestò ad aprire l’ultima. Così facendo, finalmente comparve sul monitor il messaggio finale.
Giara di polpi,
che nutrono sogni fugaci
ai piedi di questa luna d’estate.
Kiyŏng deglutì ma la saliva, scendendo, sembrò raschiargli la gola. Prese allora la tazza, posata accanto al suo mouse, e bevve un sorso di caffè, ormai freddo. Se la sua memoria non faceva cilecca, quell’haiku era il segnale in codice che corrispondeva all’ordine numero quattro. Si voltò indietro e prese da uno scaffale il volume 53 di una raccolta internazionale di poesia. L’haiku del poeta giapponese Matsuo Bashō era riportato a pagina 67. Le sue mani cominciarono a sudare. Provò a scaricare la tensione chiudendo e riaprendo le dita: no, non gli sembrava vero. Sottrasse dal numero 67 il suo anno di nascita: 63. Il risultato era effettivamente quattro.
Quell’haiku era preceduto dal verso introduttivo Trascorro una notte ad Akashi, una città famosa in Giappone per la pesca di polpi. I pescatori, approfittando dell’abitudine di questi molluschi di inserirsi in ogni fessura, lasciavano di sera, in mare, delle giare di terracotta. Il giorno dopo le riportavano a riva piene di polpi intrappolati all’interno e, dunque, dentro quelle giare, si consumava l’ultimo sogno di quei molluschi.
Kiyŏng sfogliò il volume. Era stato Yi Sanghyŏk della divisione n. 35 a riscoprire negli anni ’80 la pratica di sfruttare poesie e libri per criptare codici segreti. Grazie a quel sistema non erano più necessarie tavole di numeri casuali, né tantomeno radio a onde corte: bastava soltanto qualche raccolta di versi e un po’ di memoria e il gioco era fatto. Allo stesso ordine numero quattro potevano associarsi le poesie più disparate: sonetti di Pablo Neruda o aforismi di Khalil Gibran, ma l’angosciosa malinconia di quell’haiku rendeva meglio la portata emotiva dell’ordine che gli corrispondeva. Quei versi erano scarni come un cammello che aveva valicato un’immensa distesa desertica e, al di là delle loro possibili sfumature, trasmettevano un secco e inequivocabile messaggio.
Abbandona ogni cosa e rientra immediatamente. Una volta emesso, quest’ordine non sarà più revocato.

Da L’impero delle luci, di Kim Young-ha

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

Mi rivolse un gran sorriso, con i denti bianchi in un volto che sembrava fatto di legno lucido. Era un mascalzone attraente, alto e muscoloso per tutto l’esercizio fisico che faceva, e teneva la barba incolta ad arte. Era una persona affabile, e questo era al tempo stesso la sua forza e la sua rovina. Lavorava sodo, una cosa insolita a Lubok Sayong. Gli uomini migliori se ne andavano e quelli che restavano amavano troppo prendersela comoda per sgobbare in un lavoro qualsiasi.
Lo avvisai: «Attento ai coccodrilli. Sevaraja sostiene di averne visto uno sul tetto della fermata dell’autobus di Simpang Keladi vicino al punto in cui tuo padre vende frutta e verdura. Un maschio, lungo due metri e mezzo, con segni neri sul dorso».
Ismet scoppiò a ridere: «Devo dirlo a mio padre. Sul tetto della fermata dell’autobus!».
«Un’altra cosa. Se catturi il pesce di Mami Beevi, lascialo andare. Ha quasi pianto quando l’ha liberato, non la prenderebbe bene se qualcuno mangiasse il suo cucciolo».
«Che tipo di pesce è?»
«Un tipo strano. Una creatura brutta con il muso simile a quello di un cane».
«E quanto è grande?»
Gli mostrai la lunghezza del mio braccio dalla punta del dito al gomito.

Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

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Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Il maestro gli disse che quel giorno avevano in programma disegno di nudo dal vero, e che avrebbe dovuto spogliarsi. Il ragazzo notò che nell’atelier c’erano anche due donne sui vent’anni – una forse anche più giovane – che lo stavano guardando.
«A-Gui mi ha detto che dovevo togliermi solo i pantaloni», balbettò Jizong, ma si accorse che l’amico era già sparito. Si guardò intorno, confuso. Il maestro percorse con lo sguardo l’intero atelier, e sorridendo disse a Jizong: «Credo che A-Gui sia andato via. In fondo che problema c’è a togliersi i vestiti? Siamo adulti, non siamo forse fatti tutti allo stesso modo? Vedrai che ti abituerai subito, prova!». Jizong non rispose, non sapeva come fare a spogliarsi davanti a quella gente. Dove si era cacciato A-Gui? Se l’era svignata. Si sentiva solo e abbandonato e in cuor suo era infuriato con l’amico. Il maestro gli spiegò che quel giorno avrebbero dipinto per tre ore: ogni quarto d’ora avrebbero fatto una pausa di cinque minuti. Poi lo invitò ad andare dietro il paravento a spogliarsi.
Jizong si tolse la maglietta e uscì dal paravento a torso nudo.
«Ti puoi togliere i pantaloni?», gli chiese gentilmente il maestro; Jizong tornò dietro il paravento, se li sfilò e comparì in mutande. A disagio, teneva le braccia tese a coprire le parti basse e in attesa di istruzioni sbirciava timidamente il maestro; non osava guardare gli altri. Il maestro gli disse di mettersi di schiena, faccia al muro, di divaricare le gambe, alzare le braccia e appoggiarle alla parete: «Così, non muoverti!».

Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

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Scrittori dalle metropoli su Rock’n'Read

Il sito Rock’n'Read ha pubblicato una recensione di Scrittori dalle metropoli, di Andrea Berrini, Iacobelli Editore, mettendo in luce l’intento del libro di andare al di là degli incontri con gli autori per raccontare l’Asia e le sue città con le loro trasformazioni.

In Scrittori Dalle Metropoli, Berrini ci accompagna utilizzando una sorta di escamotage: parlare di e con gli autori per parlare anche delle città e delle culture, in continua trasformazione, dalle quali traggono linfa ed ispirazione per le proprie storie, anche per dare una scorsa alla middle-class asiatica del nuovo millennio, con le differenze, le idiosincrasie, le specificità che la rendono un “terzo altro” rispetto alla borghesia (se ancora esiste) occidentale.

(continua a leggere su Rock’n'Read)

Da Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

Nello scorso capitolo, ovvero alla fine del millennio, sono sorte quattro domande. Poi sono tramontate. Tutto sommato, dare risposte definitive è il compito di un leader: al momento, di risposte e di certezze non ce ne sono. Nelle scuole di oggi non si usano più per gli esami quei fogli protocollo su cui, per scoraggiare i copioni, c’era scritto “Aiutati, che il Ciel ti aiuta”. Tuttavia, per coloro che nutrono curiosità nei confronti dei Moghul e dei pathani, Sri Bimolachoron Deb dichiarò: «Il Bengala per la baraonda, la Cina per l’operosità!», che significa: se si parla di rivolte e tumulti, è difficile battere i bengalesi; ma se si parla di abilità nelle arti e nei mestieri, è difficile battere le fabbriche cinesi. La battaglia fra il governo dello Stato federale e quello dei singoli Stati membri a cui assistiamo ancora oggi cominciò, secondo l’opinione di molti, con il CPM, il Partito Comunista Marxista. I sovrani bengalesi erano spesso dei tipetti spericolati. Non erano soliti rispettare gli ordini impartiti dai Moghul e dai pathani. «Si faceva una rivolta dopo l’altra, ancor prima che si fermasse la rivolta precedente»; questa è sempre stata una tradizione del Bengala. Alla fine del 1999, le dinamiche non erano cambiate. Ancora non era finita la marcia militare dell’epidemia di malaria e del film festival, che già si sentivano gli araldi degli incidenti sugli autobus e degli autobus incendiati. E nelle pause intermedie, qualche festival della poesia, qualche rapimento, un omicidio, e qualche rapido caso di malversazione. Che tutto ciò si fosse calmato oppure no, già arrivavano le trombe e le cornamuse dell’All Bengal Congress. Iniziavano a girare i pettegolezzi sul capodanno, e sulle relative gare a chi mangia più torte, e poi d’un tratto cambiavano direzione. E allora la gente iniziava a scalpitare, a incuriosirsi, a chiedersi con petulanza che cosa era successo. A questo stadio, l’unica mossa intelligente è non fare domande.

Gli ammutinati di CalcuttaNabarun Bhattacharya

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Scrittori dalle metropoli su Blow Up

Il magazine Blow Up ha pubblicato una recensione di Scrittori dalle metropoli, l’ultimo libro di Andrea Berrini pubblicato da Iacobelli editore. Nell’articolo si sottolinea la capacità di andare oltre l’intervista e di inserirsi all’interno di un viaggio di scoperta e osservazione in una delle zone del mondo in più rapida trasformazione.

Da Pavana per una principessa defunta, di Park Min-gyu

Lei era lì, in piedi sotto la neve.

Il primo giorno di neve… e io compivo vent’anni. Ricordo la lunga, triste distesa di risaie vuote, qualche albero sparso… la penombra oltre il finestrino e il pullman che sfrecciava verso la periferia. Percorremmo chilometri senza scorgere anima viva. Lei… ci sarà? Dubitai fino all’ultimo. Il pullman rallentò. Una radio gracchiava, ma io riuscii a distinguere Auld Lang Syne suonata da un’armonica. Forse… ci sarà, pensavo con la fronte appoggiata al vetro gelido. A poco a poco l’oscurità prevalse sul crepuscolo e avvolse il pullman, che si fermò qualche decina di metri più avanti, come per inerzia. Lei era lì, sotto la neve, all’ombra di un cartello inclinato che sembrava uno spaventapasseri con un braccio rotto.

Avevo appena posato i piedi a terra che il pullman ripartì, e mentre cercavo di ritrovare l’equilibrio, ebbi l’impressione che la terra stesse cedendo. Non si trattava di un’illusione: la terra continuava a girare anche nell’oscurità… Lei c’era. Eccoci lì, uno di fronte all’altra… inevitabilmente, come la Luna che segue la sua orbita malgrado i nostri occhi non ne percepiscano il movimento.

Da Pavana per una principessa defunta, di Park Min-gyu

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Annie Zaidi, l’Uttar Pradesh e le donne

Nel suo articolo pubblicato su D – la Repubblica delle Donne Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, si sofferma sulla figura di Yogi Adityanath, politico ora alla guida dell’Uttar Pradesh.

L’autrice ricorda le sua posizioni fortemente misogine e controverse, e da lì più in generale la difficilissima situazione di molte donne che ad esempio vengono punite – da gruppi che godono nei fatti di impunità – per aver sposato qualcuno di un’altra casta. Secondo alcuni dati riportati da Annie Zaidi, in India solo una donna su venti è libera di scegliere chi sposare, e il 15% di tutti i suicidi è commesso da casalinghe.

Andrea Berrini intervistato su Lettera Donna

In un articolo su Lettera Donna sul ruolo della donna in Cina, l’autrice ha ascoltato il parere di Andrea Berrini. Nel colloquio si prendono come punto di riferimento le classi sociali, notando come specie nelle zone rurali vivano spesso in una condizione di oppressione e inferiorità, seppure nelle città si può assistere a situazioni nelle quali le donne di ceto medio-alto ricoprono posizioni manageriali assolutamente paritarie rispetto a quelle degli uomini.

La Cina è un Paese che ha due anime. Me ne sono accorta subito, quando ho cominciato a muovermi per il centro di Pechino. Da una parte alberghi e centri direzionali ipermoderni si protendono verso il cielo con la fiumana di uomini e donne d’affari che li attraversano, gettando un’ombra sugli hutong, i quartieri storici. Camminarci in mezzo, da sola, è stato suggestivo. Dall’altra parte, invece, i muri sono scrostati, i panni stesi sventolano ma spesso sono solo dei cenci, le donne stanno sedute sull’uscio e non alzano lo sguardo quando passi, un po’ per timidezza, un po’ perché sono indaffarate. La mia prima impressione arrivando in questo Paese è stata che un mondo antico continui il suo corso, indifferente al fatto che intorno le cose cambiano.

(continua a leggere su Lettera Donna)

boyett_148@mailxu.com kinnon.rhu@mailxu.com