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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Rosano fissava Sihar con uno sguardo tagliente, provando a fare appello al suo self-control. «D’accordo!», disse, dopo aver respirato profondamente: «Cancellerò il tuo nome dal contratto. Farò rapporto alla Seismoclypse come da tua stessa richiesta». Si girò verso Iman che stava lì a bocca aperta tra loro due e lo indicò. «Adesso sei tu il responsabile qui. Fai partire quel dispositivo, altrimenti la Seismoclypse sarà costretta a pagare i danni».
Sihar allora cominciò a tremare leggermente e ad ansimare stringendo i denti per la rabbia. Guardò in faccia il suo apprendista che era rimasto di stucco. Il giovane era senza parole a causa delle grosse responsabilità che tutto a un tratto gli erano state affidate. Con gli occhi chiedeva la grazia al suo supervisore. Sihar non se la sentiva di gravare il suo assistente di un incarico così pesante. Laila lo sentì parlare ancora, in un tono più calmo, come se stesse tentando una marcia indietro: «Dammi pochi minuti per telefonare all’ufficio centrale».
«No,» Rosano afferrò la cornetta del telefono. «Sei licenziato. Non hai più il diritto di dare ordini. Potrai ancora mangiare e dormire nell’impianto se vorrai, fino a quando l’elicottero arriverà qui domani mattina. Se non vuoi, resta pure a digiuno». Rosano si girò ancora una volta verso Iman con un’espressione da comandante militare. «Fai partire quel dispositivo!»
«Tu sei pazzo, Ciano!»
Sihar corse via in cerca di un altro telefono.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Dopo aver mangiato ognuno di loro tornò al proprio lavoro. Laila andò in giro alla ricerca di angolazioni particolari per uno scatto perfetto o comunque capace di rendere la durezza del lavoro sull’impianto. Ma non poteva impedire ai suoi occhi di muoversi spasmodicamente per cercare Sihar. Lo individuarono al lavoro di fronte a un container. Non era solo, era insieme al suo apprendista. Stavano tentando di equilibrare la pressione altalenante dei cavi di ferro che andavano dalla finestrella del container fino al pozzo di estrazione.
Sopra la piattaforma gli operai, con indosso tute infangate ed elmetti di protezione tutti uguali, andavano avanti e indietro, come se l’impianto fosse un palcoscenico e loro fossero parte della rappresentazione. Laila li fotografò al lavoro.
«Queste foto non sono per le campagne di solidarietà per i lavoratori, vero?», le si rivolse Rosano con quel suo modo di fare: cordiale, dolce e insieme arrogante. Solo in seguito, Laila sarebbe venuta a sapere da Sihar che Rosano era figlio di un pezzo grosso del ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche. «La Texcoil gli ha pagato gli studi in America e gli ha dato questo lavoro a condizione che suo padre appianasse la concessione degli impianti petroliferi a Natuna», le spiegò Sihar. Ma Laila non sapeva se le raccontasse tutte quelle cose solo per schernire Rosano. Non riusciva più a essere obiettiva. E tutto sommato la cosa non le importava più di tanto.

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La donna si chiamava Laila. L’uomo Toni. Erano lì perché la casa di produzione che gestivano – una piccola azienda più che una società vera e propria – aveva avuto un contratto per realizzare due progetti correlati. Il primo era un profilo aziendale della Texcoil Indonesia, una joint venture tra un’azienda locale e una compagnia mineraria con sede in Canada. Avevano anche avuto l’incarico da parte della Petroleum Extension Service di scrivere un libro sulla trivellazione nell’Asia orientale. Ma il padrone di casa sembrava agitato come se sentisse, nel momento in cui stava spiegando il funzionamento del pozzo, che qualcosa non andava come avrebbe dovuto. Parlavano e procedevano a passo piuttosto rapido sopra quella costruzione di acciaio e ferro conficcata in mezzo all’oceano, poggiata su quattro pilastri di sostegno. Gli operai in tuta da meccanico chinavano il capo in segno di rispetto quando incrociavano quel giovane poco più che trentenne, Ciano. Ma si udivano dei fischi non appena passava oltre. Laila cominciò a sentirsi un’estranea, essendo l’unica donna in quel posto fuori dal mondo. Quel posto era davvero fuori dal mondo, perché c’era solo una donna. Io.

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Da Le donne di Saman, di Ayu Utami

Da quel momento decidemmo di non incontrarci mai più. Desideravo continuamente di telefonargli. Come si sente? Com’è la sua faccia? Ancora dopo due o tre mesi, ogni volta che squillava il telefono, a casa o in ufficio, speravo che fosse lui. Il quarto mese realizzai che si stava volutamente tenendo a distanza. Chissà per quale motivo. Forse voleva proteggere i sentimenti di sua moglie. Forse proteggeva i suoi. Una volta aveva detto che vedermi gli avrebbe solo provocato dei dolori lancinanti, in quanto in quegli incontri era nascosto qualcosa di cui doveva a tutti i costi liberarsi. Forse era solo desiderio. «Una volta che sei sposato, la realtà è questa». Forse anch’io avrei dovuto proteggere i sentimenti di sua moglie, o i suoi. Io, dopotutto, non ero sposata, quindi non avevo bisogno di rinunciare. Però lui mi mancava così tanto. Ma chi tra noi doveva valutare i nostri sentimenti? Alla fine ero io che me ne dovevo sobbarcare il peso. Perché non ero ancora sposata. Perché ero l’ultima arrivata. Tre anni prima.

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Ayu Utami su Vero

Il settimanale Vero ha segnalato – e giudicato con quattro stelle – il libro Le donne di Saman, di Ayu Utami.

Le donne di Saman segnalato su La Stampa

Il libro di Ayu Utami Le donne di Saman, uno dei primi pubblicati da Metropoli d’Asia, ha ricevuto una segnalazione su La Stampa. L’autrice ha partecipato alla recente Fiera del Libro di Francoforte, dove l’Indonesia era l’ospite d’onore.

Ayu Utami, Nukila Amal e Eka Kurniawan su il manifesto

In un articolo de il manifesto che fa il punto sulla Fiera del Libro di Francoforte, in conclusione in questi giorni e che vede l’Indonesia come ospite d’onore, vengono citati tre autori di Metropoli d’Asia: Ayu Utami, autrice di Le donne di SamanNukila Amal, autrice di Il drago Cala Ibi; e Eka Kurniawan, con il suo più recente L’uomo tigre.

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Cosa racconta l’Asia

10 Women-Writers Reading

Quando, quasi tre anni fa, proposi a Giunti Editore di costiture una nuova casa editrice dedicata alla narrativa asiatica, avevo una sensazione precisa: che in questi paesi pronti a emergere sulla scena globale gli scrittori e gli intellettuali in genere avrebbero voluto in qualche modo affrontare tematiche a noi già note (la liberazione della donna, i diritti dei lavoratori, la nascita di relazioni nuove perchè slegate dal luogo di appartenenza originario). E trovavo interessante questa sorta di ritorno, di seconda volta: in che modo questi altri, da mondi lontani, passano per tappe che noi abbiamo superato? Cosa vedono di nuovo? Come mutuano dalle nostre esperienze o, al contrario, le trasfigurano? Per questo ho voluto proporre romanzi centrati sul tema dell’omosessualità, o sul legame tra populismo e malaffare, o sulla scomparsa delle tutele sociali.
LE DONNE DI SAMAN di Ayu Utami, che arriva oggi in libreria, segna un momento importante della storia dell’Indonesia, un decennio fa: la fine della dittatura, l’affermarsi della democrazia. Lo fa – e questo ci spiazza – seguendo il percorso di quattro giovani donne e dell’affermarsi della loro sessualità, più o meno liberata. E mette a confronto questo percorso con quello di due uomini a cui alcune di loro sono o sono state legate, due combattenti, impegnati nella difesa dei diritti della collettività o dei più deboli. Quello che sorprende è la sincronicità con la quale questi percorsi di liberazione si affiancano e contaminano. Come se, tanto per fare un esempio, in Italia avessimo davanti agli occhi nello stesso momento il 25 aprile, l’autunno caldo operaio e sindacale, e il femminismo di fine anni settanta. In un romanzo che, come si disse largamente in Indonesia (100.000 copie vendute), si legge tutto d’un fiato. (continua…)

cravenho.melodee@mailxu.com kinnon_kimberely@mailxu.com