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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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L’uomo tigre finalista al Man Booker International Prize

Seminare scrittori: è possibile? Vederli crescere.

Quando partivo per l’Asia, anni fa, prima di stabilirmi a Pechino, qualcuno mi salutava augurando: buon raccolto! Avevo già pubblicato Ayu Utami, ero a Jakarta dove Metropoli d’Asia partecipava a un premio letterario, il Khatulistiwa, che però quell’anno non diede frutti. O almeno, a me non parvero all’altezza. Dissero: anno sfortunato. Risposi: e allora chi? E insistevo: un autore più giovane, in sintonia con i lettori più giovani. Domandavano: adatto al mercato europeo?

Mi indignavo, quasi. No! Io cerco i romanzi degli indonesiani, romanzi piantati nell’identità nuova di un paese, dentro alla sua mutazione profonda come tutta l’Asia. Insomma cosa piace qua? Chi ci sa raccontare qualcosa dell’Indonesia di oggi? Un pochino petulante, lì, nel ripetere che no, non voglio l’ambientazione storica, o il racconto delle tradizioni ancestrali. Che li apprezzo, certo, quei buoni romanzi, ma che per Metropoli d’Asia mi piace la contemporaneità.

Al di là del mestiere di editore, dicevo, mi interessa capire cosa si pensa e scrive e si legge qui, oggi, in queste megalopoli piene di traffico e di gente ormai simile a noi. Al macero l’esotismo. Datemi l’Asia dura, anche feroce, dell’oggi.

Lelaki Harimau, letteralmente l’Uomo Tigre, l’ho comprato il 28 novembre del 2010. E, accidenti, avevo in mano anche un secondo romanzo. Ma dovevamo rallentare, fare qualche libro di meno. Chiesi una proroga per il primo romanzo, non esercitai l’opzione sul secondo, e ormai mi sa che non ci arrivo più. E’ uscito, il nostro uomo tigre in italiano, nel gennaio dello scorso anno.

E nel frattempo, quest’Asia in timelapse ha accorciato le distanze con noi. Ci sono sempre più vicini, gli asiatici delle città, anche quando raccontano storie che sanno di favola, perché gli vivono nei polpastrelli, mentre battono sulle tastiere. E adesso arrivano, nelle longlist, sui nostri magazine, ai festival letterari. Portano il profumo di un Asia diversa, un’Asia le cui fatiche assomigliano alle nostre.

Congrats, Eka! E grazie.


Man Booker International Prize Longlist

La ragazza del karaoke, di Claire Tham

Poche settimane fa ho scritto un articolo per una rivista online di Singapore. In mezzo a tante altre cose ho scritto: quando, amici miei di Singapore, nascerà nel vostro paese il nuovo J.G. Ballard asiatico? Quando il nuovo Carver? Quando Singapore ci darà un grande romanzo sull’orrore suburbano?

La rivista è gestita da poeti, alcuni dei quali laureati a Oxford, e i poeti scrivono poesie, non romanzi. Ci si trovano anche molti racconti, come è tipico di questo strano paese, città stato di cinque milioni di abitanti, enclave finanziaria legata all’Occidente – e ai suoi capitali più sporchi, si mormora – che sembra emergere letterariamente sul terreno del racconto breve piuttosto che sulla narrazione più distesa del romanzo. I miei amici poeti hanno avuto un piccolo sobbalzo: e perché? Perché proprio noi dovremmo dare al mondo il Ballard asiatico?

Perché questa città racchiusa in sè stessa, dove una dittatura paraimprenditoriale in graduale alleggerimento governa come un Grande Fratello la vita di tre milioni di famiglie di impiegati, quella di un milione di immigrati ai quali sono destinati i lavori manuali, e quella di quasi un milione di ricchi imprenditori o rentier (Singapore è lo stato con la maggior densità per metro quadro al mondo di Lotus, Ferrari, Maserati, Aston Martin e Bentley), sembra un esperimento in vitro che sarebbe stato bene in un romanzo di fantascienza degli anni settanta.
Il suo popolo è la cavia di un mondo futuro (almeno in questa parte del continente asiatico) che sarebbe meraviglioso poter dissezionare con la penna di un grande autore. Quando chiesero a Ballard perché aveva tanto interesse per il ceto medio e per le aree residenziali extraurbane (il suburb) lui rispose: perché questo è il luogo del conflitto, il conflitto che non si vede.
La ragazza del Karaoke della giovane avvocatessa Claire Tham non è ancora il romanzo che attendo. Ma lei ha esordito con una raccolta di racconti intitolata: Fascist Rock, Stories of Rebellion che è tutto un programma, e aveva già provato a cimentarsi con una dimensione più lunga (Skimming). E il giallo (thriller, mistery, noir? un po’ tutte queste cose insieme) che ne è venuto fuori questa volta funziona. Gli ingredienti ci sono tutti: la ragazza cinese immigrata che lavora nel locale a luci rosse, il giovane manager rampante, e sopratutto l’ambientazione: un compound come ne stanno nascendo a grappoli a Singapore, luogo chiuso e recintato dove nelle residenze di lusso…
Suspence. Basti dire che la storia che racconta Claire Tham è una storia vera, avvenimento di cronaca nera che ha tenuto banco sulle pagine dello Straits Times di Singapore per mesi. E che Claire Tham si è guadagnata un certo numero di ammiratori tra i miei amici poeti, e un gran numero di nemici e detrattori dentro ai compound.

Cortina di pioggia, di Tew Bunnag

Ho sempre dichiarato con orgoglio che i romanzi di Metropoli d’Asia li scelgo sul posto. A  Bombay, incontrando  editor e giornalisti, ho scoperto chi erano Kiran Nagarkar e Cyrus Mistry, Annie Zaidi e Raj Rao.  Nelle librerie indiane ho trovato la graphic novel di Amruta Patil .  E  sono volato fino a Seoul e Pusan per sapere  chi fosse Kim Young­-ha, o  a  Kuala Lumpur per ascoltare durante un reading lungo una giornata un brano di  Malesia Blues, scritto da quell’incallito bluesman e inventore di locali underground che è Brian Gomez.

La libreria di Yeng Pway Ngon è meta dei miei pellegrinaggi a Singapore, per non parlare degli autori di Pechino, dove ho speso dodici mesi nell’ultimo anno e mezzo ­e le soprese arriveranno presto – e di questi incontri mi piace scriverne sul mio blog Indirettadallasia: mi interessano le persone, e soprattutto le persone che raccontano in forma scritta.

Voglio vivere in quest’Asia in travolgente trasformazione, voglio vivere con i piedi  ben  piantati  nel  timelapse  che sconvolge la personalità dei più giovani e  allontana  da  sé  i più  anziani. Ma che sicuramente  produce scrittori che, discostandosene di un tratto, rinchiudendosi dentro al bianco di una pagina, possono raccontarlo.

Produce cortocircuiti anche quando, come nel caso di Tew Bunnag,  per  la prima e finora l’ultima volta  mi  trovo a pubblicare un autore che mi è stato proposto mentre sedevo alla mia scrivania a Milano, da un giornalista italiano – Massimo Morello, di cui consiglio la  lettura dell’ottimo blog, Bassifondi, da Bangkok – che è poi stato il traduttore del primo romanzo da noi pubblicato, Il viaggio del Naga. Cortocircuiti dicevo: coincidenze strane. Quel primo romanzo conteneva una  spruzzatina  di  realismo  magico,  il  Naga,  dio serpente che simboleggia l’acqua e la vendetta della natura sugli uomini: la complessa vicenda che vedeva tra i protagonisti un ex attrice, un artista, un monaco spretato, uno scrittore, si concludeva come in una catarsi con la catastrofica alluvione che sommergeva Bangkok.

Scritto due anni prima, nelle mani di Morello in quell’autunno in cui stavo di stanza a Singapore. Preparavo dunque lo sbarco in città, volevo incontrare autore, traduttore e scenario del romanzo, e mi fermò l’alluvione: quella vera. Quella che Bunnag, per qualche suo motivo, aveva saputo intuire dentro al suo romanzo, che aveva chiuso l’aeroporto e bloccato la città. Così come dentro al suo romanzo – e a questo più recente Cortina di Pioggia, in uscita contemporaneamente in Italia e in UK, presentato in gran pompa alla London Book Fair – ci stanno gli scontri politici da le due fazioni (allora i rossi e i blu, ora la situazione è più complicata) che fanno della Tailandia il paese più turbolento – ma preferirei scrivere: turbato – dell’Asia del Sud e dell’Est in questo momento.

Tew Bunnag avrà sicuramente raccontato di sé nell’intervista che precede questa mia nota. Mi sembra l’uomo giusto per guardare il suo paese con distacco e restituircelo con verità. Erede di una delle famiglie più importanti del paese, con un pedigree che lo avvicina alla famiglia reale, è il figlio che ha scelto di voltare le spalle alla propria condizione. Uomo mite, timido, che parla come fosse costretto ogni volta a spezzare una sua cortina di silenzio, maestro di Tai Chi Chuan, collaboratore attivo di numerose ong, avulso dalle logiche del potere, per molti mesi dell’anno in esilio volontario in Spagna, ce ne rende una cifra sconosciuta, a noi consumatori occidentali di turismo e tropicalità esotica. Ci parla delle persone, degli individui. Che è quello che dovrebbe fare ogni scrittore autentico.

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Autodistruggersi a Seoul

L’editoriale di Andrea Berrini sull’uscita di Ho il diritto di distruggermi, il nuovo libro di Kim Young-ha appena uscito per Metropoli d’Asia. Originariamente pubblicato sul blog In diretta dall’Asia.

Tra me e la Corea si è formato una sorta di schermo. E’ l’unico grande paese dell’area che non posso dire di conoscere davvero. A Seoul sono stato quattro giorni in tutto.

Kim Young-ha è venuto a Mantova, lo scorso settembre. Ci siamo seduti attorno a un tavolo un paio di volte, insieme a sua moglie. Tortelli di zucca, certamente. Ma non ci siamo raccontati quasi nulla, e mi dispiace.

In Corea del Sud mi invitò anni fa una istituzione locale legata all’editoria. Insieme a un leggendario agente britannico (agente letterario, intendo, non James Bond) mi ritrovai a tenere discorsi a gruppi di editor (e più di che quel che dissi io, ricordo quel che imparai da Toby Eadie). Il pubblico di qui giorno era un giardino fiorito di faccine femminili, forse un uomo su venti ma non di più. Dovrei dire: piccole editor sorridenti, tutto molto orientale, ma il mio ricordo crea solo macchiette, è troppo sfrangiato e lontano. Chi lavora nell’editoria in Corea, mi dissero, sono le donne: nove su dieci. E la platea dei lettori non si discosta molto da quella squilibrata relazione percentuale.

Kim Young-ha è un omone, a confronto. Ne ho capito una forza e una convinzione in quel che fa, ma non so cosa ci stia dietro, che personalità, che formazione. È figlio di un militare di carriera, la sua giovinezza si radica in questa condizione, e non trova radici geografiche per i frequenti spostamenti ai quali è costretta la famiglia.

Quando decisi di acquistare Impero delle Luci, Young-ha mi fece avere un suo messaggio: diceva, non credevo che un editore italiano avesse il coraggio di pubblicarmi, e te ne ringrazio. Cosa intendeva dire?

Era convinto che nel paese del Vaticano il suo nome fosse off limits: a causa proprio di questo Ho il diritto di distruggermi, in libreria da oggi. Che gira intorno a una tematica “sensibile”: il protagonista è un killer a contratto, che aiuta a suicidarsi chi lo desidera. Esteta egocentrico, perversamente convinto di una sua missione: far emergere le pulsioni autodistruttive delle sue vittime, o beneficiari.

Gli scrissi che no, la censura Vaticana non ha questa forza. Ne ha, ma non al punto da impedirmi di pubblicare Kim Young-ha. Che forse si è fatto sviare dal moralismo delle cento sette cristiane presenti nel suo paese. Di Seoul, in quei quattro giorni scarsi, mi aveva colpito la proliferazione di croci: ovunque, sui tetti, grandi croci al neon colorate. Nemmeno fossimo in una degradata baraccopoli del terzo mondo: siamo al contrario in una metropoli modernissima, con pochi segni del passato, viadotti e autostrade, palazzi nuovissimi. Ma è evidente che la condizione di solitudine degli abitanti di Seoul non è distante da quella degli abitanti di una baraccopoli.

E questa cifra sudcoreana la si sente, nella scrittura di Kim Young-ha. Come fosse la storia che la Corea ha il bisogno di raccontare al mondo.

I romanzi di Kim Young-ha sono stati tradotti in Francia, Germania, Spagna, Turchia, Polonia, Cina e Vietnam. Una breve presentazione del romanzo e qualche nota biografica le trovate qui.

A Seoul bisognerà tornarci, prima o poi.

Cyrus Mistry e i parsi di Bombay

Quando l’India fu ospite d’onore al Salone del Libro di Torino, nel 2010, Metropoli d’Asia aveva da poco portato in libreria Le Ceneri di Bombay, il primo romanzo di Cyrus Mistry che fu finalista al Crossword Award, a quei tempi il premio indiano più prestigioso. A Torino erano invitati 26 autori indiani, e praticamente tutti gli editori italiani si erano affannati a pubblicare almeno un romanzo dall’India: le vetrine delle librerie di tutta Italia erano dedicate a quel paese, tale era la messe di titoli da esporre. Tuttolibri della Stampa, con un lungo articolo di Alessandro Monti a pagina piena, fece il punto sul boom recente della narrativa indiana in lingua inglese, e citò quattro romanzi come meritevoli di essere letti: uno era Le Ceneri di Bombay. Nessuno meglio di Cyrus Mistry sa raccontare quella città, e ne sono convinto anch’io.

Le Torri del Silenzio ne esplora meno gli anni recenti, il racconto si dipana a cavallo degli anni di Ghandi e dell’indipendenza indiana. Ma è capace di raccontarci il mondo dei parsi, quella comunità di origine persiana, di religione zoroastriana, che oggi lotta a Bombay per la sua stessa sopravvivenza.

E’ un romanzo di grande respiro, narra la caduta, per amore, di Elchi, che pur figlio di un venerato sacerdote ha disceso la scala sociale della propria comunità fino a trovarsi in basso, a contatto con uno dei riti più noti e discussi, quello che consente ai defunti di concludere il doloroso ciclo delle reincarnazioni.

Sono parsi i Tata, una delle più note famiglie industriali nel paese, i Mehta come lo Zubin acclamato direttore d’orchestra. E’ parsi Cyrus Mistry, come il fratello Rohinton, autore più noto di cui Cyrus, con questa seconda prova di lungo respiro dopo una attività da poeta e scrittore per il teatro, dimostra di essere all’altezza.

Il grande romanzo di Singapore: L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Il grande romanzo: perchè narra più decenni di vita di questa anomala città stato, piazza finanziaria legata all’occidente un tempo, oggi riciclata in luna park per il turismo asiatico. Dittatura anche feroce sulla via di un progressivo annacquamento, grazie a una opposizione sociale che guadagna consensi (il 40% alle ultime elezioni). Strano, curioso esperimento in vitro per la nuova e prorompente classe media asiatica, che qui sperimenta le gioie e le depressioni di un’esistenza contemporaneamente iperregolata, noiosa, e eccitante di nuova trasformazione.

Ma questo è solo lo scenario. Il romanzo di Yeng Pway Ngon racconta le vite di un gruppo di giovani artisti e del loro più anziano mentore, le storie d’amore, i progetti e le disillusioni, le personalità artistiche e l’impegno sociale, la galera, la guerriglia, la vita famigliare. Personaggi che traspaiono distinti da ogni riga, vividamente descritti dalla penna di uno scrittore che in questa narrazione mette tanto della propria autobiografia.

Artista lui stesso, proprietario di una mitica libreria, la Grassroots Booksroom, scrittore insignito del più grande riconoscimento alla carriera nel suo paese, il Cutlural Medallion, quindici giorni fa  insignito (con L’Atelier) del prestigioso South East Asian Writer Award a Bangkok, e citato tre volte (anche per L’Atelier) tra i migliori dieci libri in cinese dell’anno dalla prestigiosa Asia Weekly di Hong Kong . Già: perchè la lingua originaria de L’Atelier è il mandarino, spesso impreziosito dai dialetti utilizzati dalla popolazione cinese di Singapore (la stragrande maggioranza nel paese), dialetti del sud della Cina come il cantonese, l’Hokkien e altri.

Metropoli d’Asia detiene i diritti internazionali di questo romanzo. Ora, grazie a una imminente edizione in inglese a Singapore, lo proporremo all’Asia e al mondo. È la nostra vocazione: scoprire voci trascurate dall industria internazionale del libro, portarle a un pubblico sempre più vasto.

E, a proposito, cari lettori: grazie dei vostri incoraggiamenti, grazie della vostra amicizia su Facebook, grazie dei vostri rilanci su Twitter. Grazie di tenerci in tante librerie italiane nonostante la crisi dell’editoria che morde grandi e piccoli. Siete voi, che continuate a premiare le nostre scelte.

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Contributi cinesi (in denaro) agli editori occidentali: il Corriere ci rilancia

Marco Del Corona sul Corriere di Venerdì 4, riprende la questione sollevata da me su Doppiozero e su In Diretta dall’Asia, poi ripresa da China Files. Contributi cinesi all’editoria occidentale, ma solo per tradurre autori iscritti alle Associazioni degli Scrittori ufficiali. Nell’articolo Del Corona afferma che, ufficiosamente, altre case editrici confermano.
La mia domanda è: che fare? E qui non si tratta di essere più o meno ‘corretti’, o ‘etici’: ma di riuscire a cambiare questa situazione spiacevole! Come? Beh, se ci si parlasse, ad esempio. Se i più grandi si muovessero, almeno qualche prima parola tra di noi…

Metropoli d’Asia al Piccolo Teatro di Milano

Si chiama Tramedautore  il festival teatrale che ogni anno a Milano prensenta aree geografiche e paesi diversi del mondo. Quest’anno il focus è sul subcontinente indiano (dunqua India, Pakistan, Bangkadesh, Sri Lanka). Ci saremo anche noi: in un contenitore chiamato Metropoli d’Asia organizziamo incontri con autori (su tutti Hanif Kureishi il 16) e chiacchierate interessanti.

Oggi, la conferenza stampa che illustra la manifestazione.

CONFERENZA STAMPA

INVITO

Lunedì 9 settembre 2013 – ore 17:30

CHIOSTRO NINA VINCHI DEL PICCOLO TEATRO GRASSI – Via Rovello, 2 Milano

per la presentazione di

 

Intervengono:

Angela Lucrezia Calicchio e Tatiana Olear Direzione artistica del Festival

Sergio Escobar Direttore del Piccolo Teatro di Milano

Filippo Del Corno Assessore alla Cultura del Comune di Milano

Andrea Berrini Editore Metropoli d’Asia

Donato Nubile Presidente di C.Re.S.Co (Coordinamento delle realtà della scena contemporanea) e coordinatore dei focus sul teatro

Gli artisti di Tramedautore

A seguire aperitivo offerto dall’Azienda Agricola Vini Biondi di Trecastagni (CT) che produce un vino di nome Outis. Un piccolo sodalizio tra la cultura del vino e quella del teatro.

Una spy story dalla Corea del Sud

La letteratura, si dice, è nemica dell’attualità. Si situa in contesti senza tempo, pretende di rappresentare ciò che dura, ciò che non si situa in un contesto determinato. Cerca, forse presuntuosamente, l’universale.

La anomala spy story coreana che mandiamo in libreria rompe senza volerlo questo schema. L’impero delle luci del quarantacinquenne Kim Young-ha uscì in Corea del Sud nel 2006. Visitando Seoul nel 2009 mi stupii della scarsa attenzione data a quest’autore, che già aveva nel suo carnet un paio di romanzi interessanti, e da allora ha cominciato a imporsi al mondo: finalista al Man Asian Literary Prize, tradotto e pubblicato in USA, Francia, Germania, e finalmente da noi con questo primo titolo a cui altri seguiranno.

Ma allora, nel 2006, una spy story a cavallo del 38° parallelo sembrava fuori tempo. E invece, forse, Kim Young-ha sapeva prevedere: l’escalation della Corea del Nord, la corsa all’atomica (e ai missili a lunga gittata capaci di portarla lontano), sono procedute a strappi, ma progressivamente. Lo scorso marzo Kim Jong-un arrivava a dichiarare decaduto l’armistizio sul quale da più di sessantanni si incardina la storia di due paesi così diversi, ma costretti a convivere come le due metà di una mela: l’uno, è ormai la rappresentazione museale di un comunismo come non si trova più nel mondo quasi fosse una specie in via d’estinzione, l’altro, è il prototipo di un’Asia emergente e prospera dove le esistenze si avviano verso destini individuali di solitudine e disperazione e deragliamento.

Kim Young-ha racconta la sua storia sul canovaccio dell’ultima giornata da uomo libero di una ex spia nordcoreana a Seoul, un uomo che dopo essersi costruito in vent’anni una famiglia e una carriera si vede improvvisamente richiamato in patria da un ordine inatteso, lanciato da un potere superiore che non dava traccia di sé da più di un decennio. La sua lotta per la sopravvivenza, la reazione all’ordine impartito non sono che l’arena entro il quale Kim Young-ha ci apparecchia lo slowmotion di una mezza dozzina di personaggi sui quali è capace di zoomare con perizia, portandoci avanti e indietro nel tempo lungo trentanni di storia del Nord e del Sud, dove i colpi di scena tipici di ogni grande spy story si rispecchiano nei disvelamenti privati, negli shock connaturati alle esistenze metropolitane di un mondo – quello del Sud – cambiato troppo in fretta.

E qui, va a capire perché, Metropoli d’Asia va curiosamente a incocciare sull’attualità politica e mediatica: mandiamo in libreria L’impero delle luci di Kim Young-ha mentre il dittatore bambino Kim Jong-un sposta i suoi missili da una parte all’altra del paese, tirando la corda senza mai spezzarla, in una sorta di show a beneficio dei propri concittadini che si riverbera sul mondo intero, come ho voluto narrare in un mio editoriale su Doppiozero: Asia a perdita d’occhio.

Tre piccioni con una fava allora: il romanzo e la sua capacità di scavare dentro ai personaggi, la spy story densa di colpi di scena, e, perfino, l’attualità.

Con una ciliegina sulla torta: Kim Young-ha viene in Italia, dopo l’estate. Vogliamo che incontri il nostro pubblico, e sarà il più vasto possibile.

Verso Nord unonoveottootto

Verso Nord unonoveottootto (la versione originale in cinese riportava la traduzione in inglese del titolo: 1988, I want to talk with the world, ma la nostra promozione si è impuntata: ha detto che in italiano sarebbe sembrato il titolo di un saggio, non di un romanzo, e noi ci siamo dovuti adeguare) è un romanzo sgangherato, come sgangherata è l’esistenza del suo autore, o quanto meno la maschera che di sé ha voluto fare.

Leggetevi la postfazione di Silvia Pozzi sul nostro rallysta, blogger, dissidente che negozia con il potere e lo sferza, leggetevi il materiale che metteremo online in questi giorni. Ma leggetevi Verso Nord unonoveottootto, soprattutto, senza storcere il naso davanti a qualche frase sghemba, a qualche parolina apparentemente fuori posto che giustamente Pozzi ha voluto mantenere tale e quale anche in italiano, a qualche affermazione ingenuamente apodittica: lasciatevi assorbire dal ritmo ipnotico di questa cavalcata infantile e disincantata al tempo stesso.

È, forse, il romanzo di chi dall’infanzia e dall’adolescenza (anche letteraria) ha deciso finalmente di uscire (Han Han non è più il ragazzino prodigio che a neanche diciottanni vende milioni di copie del suo Le tre porte, ora è marito, e padre, e personaggio pubblico sulle copertine patinate che stringe (quando e se ha tempo) mani di presidenti.

Il suo protagonista imbarca Nanà, prostituta e incinta, su quest’auto che è un vestito di arlecchino, assemblaggio di carrozzeria e pezzi di motore raccolti qua è là (e si chiama 1988, quest’auto, perché così è il numero di serie del telaio: ma che il 1988 sia l’anno prima della repressione di Piazza Tien an Men è una coincidenza che non viene rimarcata mai), e non gli fa un baffo di entrare e uscire di prigione così come di entrare e uscire dal tempo presente di quel viaggio verso nord, per uscirne con lunghe incursioni in un tempo passato, quello dell’infanzia, a ricordare l’amico Ding Ding che disse: andrò via, verso ‘nord.

Ci si lascia catturare con facilità da questa prosa imperfetta e imperturbabile, e dopo un po’ si pensa: beh, mi ci sento anch’io, sulla 1988, sto viaggiando con lui e Nanà. E i ricordi d’infanzia, tanto assurdi quanto verosimili, di un realismo non magico ma visionario, strampalato, verosimile fino al midollo, sembrano appartenerci in fretta. E negli occhi ti resta l’immagine del ragazzino che ha osato troppo con il suo salto, e sta aggrappato all’asta della bandiera rossa cinese, lassù, mentre sotto insegnanti e compagni di scuola si affannano a cercare di salvarlo ammonticchiando cartelle e materassi della palestra.

Di lassù il bambino Han Han ancora ci osserva tutti: è un elogio dell’ingenuità, lo stile di Han Han, il suo registro. E a me pare una scelta meditata, una specie di tensione a un grado zero della scrittura, un vocabolario semplice che diventa sofisticato nelle citazioni: i proverbi, i modi di dire, le locuzioni gergali così come qualche testo di musica pop taiwanese, dai quali sempre prende distanza.

A me piace, questo linguaggio antiretorico che scava nei sentimenti – nudi e crudi, spesso terribili come sono nella realtà – a botte di ingenuità successive, senza però lasciare mai il campo alla dissimulazione. Anche i piccoli plot che stanno dentro a questa vicenda densa di flash back, di ricordi, sono micro racconti che una pretesa di letterarietà banalizzerebbe: Han Han non è mai banale, invece, proprio perché non cerca mai di non esserlo.

Riesce così, nella verità delle relazioni che descrive, a non essere cinico perché determinato a raccontare, a descrivere: e quindi non arreso. E’ un narratore che gioca a rimpiattino, il nostro Lu Ziyie alla guida della 1988, un folletto, un trickster che ti lascia spiazzato: e questa scelta stilistica è la stessa di Han Han personaggio pubblico: io?, dice a chi lo intervista Han Han, io sono un semplice rallysta: che ne so io di come va il mondo per davvero.

E intanto ha milioni di follower sul blog, e continua inesorabile a muovere i suoi passi sulla strada del successo che significa leadership: e quindi l’intellettuale vero, che sa parlare ai milioni, alle centinaia di milioni. E Intanto Lu Ziyie viaggia, apparentemente senza meta per le strade di una Cina che qui ci rendiamo conto tanto somiglia all’America, quella reale e quella dell’immaginario: individui sempre in movimento da una città all’altra, o dalla campagna alla città e dalla città alla campagna, senza genitori alle spalle, nutriti solo dei fantasmi degli amici e delle donne perse per strada, e con una gran voglia di futuro.

Ma tutto un po’ per scherzo neh? Non credeteci mica tanto… Li Zuyie va a zonzo, Han Han non è altro che un rallysta…

makos_woodrow@mailxu.com