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Da Le tre porte, di Han Han

Di ritorno a casa Lin Yuxiang diede al padre la lieta notizia dell’ammissione al circolo letterario. Il signor Lin aveva voglia di festeggiare perché il fi glio aveva fi nalmente messo a frutto il proprio talento, ma la moglie non c’era, quindi niente cenetta. Oggigiorno, in molte famiglie, la cucina è come la toilette delle donne, perché gli uomini non ci mettono piede. Il padre, che era felice come un bambino, chiese al fi glio: «La mia consorte non c’è, cosa facciamo?».
Lin Yuxiang gli rispose indicando la credenza nell’angolo: «Mangiamoci gli spaghetti in busta». La «consorte» rientrava di rado all’ovile, si dimenticava persino di dormire e di mangiare per il majiang. I suoi compagni di gioco erano personalità in vista della città, come il sindaco Zhao Zhiliang, suo compagno di scuola alle medie, che fi n da quell’epoca si era dedicato a girarsi i pollici e attività analoghe. Durante la Rivoluzione culturale, era stato spedito in campagna a intrecciare corde di canapa, diventato sindaco, si era concentrato sul majiang. A furia di stare al tavolo da gioco, gli era venuta la gobba, quando si dice rovinato dal gioco! Oltre a lui, c’era una cricca di pezzi grossi del governo locale che di giorno facevano comizi contro il gioco d’azzardo, ammonendo la popolazione con i principi della costruzione di una civiltà illuminata, ma, appena calava la sera, si davano al gioco confondendosi con la massa. La signora Lin a quel tavolo aveva intessuto profondi legami rivoluzionari con i compagni di majiang, migliorando la propria posizione sociale e facendosi un nome non solo nel distretto. E il signor Lin non poteva certo dare in escandescenze, altrimenti avrebbe dovuto vedersela con il Partito e il popolo. Ecco perché, se ai due uomini di casa veniva appetito, dovevano arrangiarsi con gli spaghetti in busta per non morire di fame. Quella volta, però, il signor Lin si oppose risolutamente alla proposta del figlio, sarebbero scesi a comprare la cena da un take-away. Era un pezzo che Lin Yuxiang non sentiva il profumo di un manicaretto e, dopo una rapida valutazione, pensò di meritarselo: visto che l’ingresso nel circolo era costato molto alle sue orecchie, la bocca doveva rifarsi.

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Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

Io stavo arrostendo sul palo, ero sempre più madido di sudore e faticavo a tenere le gambe incrociate. Lanciai un’occhiata all’edificio della scuola e vidi che, mentre i docenti erano usciti a portare i materassini, gli studenti erano fuori controllo. Il ballatoio del quinto piano era gremito di vestiti multicolori e testoline nere.

La coordinatrice della nostra classe, valutando i materassini e credendo di parlare a bassa voce, commentò: «Non sono abbastanza spessi, può essere pericoloso».
Il maestro Liu la spinse via dicendo: «Se cade, lo prendo io».

Per spirito di partecipazione scatenato dall’euforia generale, a qualcuno venne in mente di posare in terra la cartella perché facesse da materasso. In un attimo fu il pandemonio. Tutti i ragazzi strillavano: «Mettiamo le cartelle per salvarlo, mettiamo le cartelle per salvarlo!» Così, bambini e bambine si precipitarono a frotte con la cartella. C’erano quattro sezioni per ogni anno, che sono sei, e cinquanta alunni per classe, per un totale di milleduecento. Quindi milleduecento cartelle accatastate l’una sull’altra in meno di cinque minuti, un mucchio alto almeno tre metri e più di un migliaio di bambini radunati nel parco giochi, mentre gli altoparlanti strepitavano senza sosta: «Si invitano gli alunni a tornare in classe, si invitano gli alunni a tornare in classe». Nessuno ci fece caso.

Gli insegnanti discutevano in cerchio. Secondo il maestro di ginnastica, le cartelle non erano esattamente morbide; se cadevo e finivo con la testa su un astuccio, sarebbe stata una tragedia, erano meglio i materassini, che però adesso erano sepolti e pertanto inservibili. Bisognava estrarli e rimetterli sopra.

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Da Le tre porte, di Han Han

Finalmente Ma Debao cominciò la lezione. Era la prima volta che affrontava una combriccola di patiti della letteratura – che in realtà erano appassionati di viaggi –, quindi sentiva l’esigenza di darsi un tono. La sera precedente aveva fatto le ore piccole per prepararsi, consultando un sacco di dizionari a caccia di citazioni colte. Esordì così:
«La letteratura è il piacevole incanto di apprezzare il bello, cosicché noi, in primis, dobbiamo comprendere che cosa sia la bellezza. Esiste una branca della fi losofi a che studia la bellezza che si chiama estetica, ma non c’è una bruttologia che indaghi il brutto, da ciò possiamo dedurre l’importanza della bellezza…». Ma Debao fece una pausa per lasciare spazio alla risata generale che aveva previsto, ma regnava un silenzio di tomba. Mentre si rimproverava per essersi espresso in modo troppo ricercato per gli studenti, che mancavano di acume, si agitò e andò nel pallone. Bevve un sorso d’acqua per riprendersi, intanto il seguito del discorso non si decideva a saltare fuori. Si ritrovò in balia della situazione, alla disperata rincorsa del fi lo del ragionamento che, stranamente, non riusciva a recuperare nella sua vasta memoria, era come cercare nel buio più pesto qualcosa a tastoni.

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Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

Dopo la rimpatriata, durante la quale ciascuno aveva spiegato ai compagni che lavoro faceva e quale posizione ricopriva, andai da solo a fare una passeggiata nel parco per misurarlo con i passi: quarantotto in lunghezza e venti in larghezza. Era il luogo che custodiva i ricordi più teneri dell’infanzia, e io lo avevo tradotto in cifre. Mi tornò in mente un giorno: era l’ora di pranzo, il sole era accecante, io mi ero arrampicato sul punto più alto dello scivolo e da lì avevo spiccato un salto aggrappandomi all’asta della bandiera. Poi mi ero spinto ancora più su di qualche metro sull’asta, aiutandomi con la corda. Da un’altezza mai raggiunta in precedenza da altri, avevo scrutato tutta la scuola, schiaffeggiato dalla bandiera nazionale che sventolava.
L’estate era alle porte.

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Da Le tre porte, di Han Han

Lin Yuxiang era uno di quelli cui rodeva il fegato. Al suo primo tentativo di ammissione al circolo, fu scartato perché lì per lì non era riuscito a ricordarsi il nome dell’autore di Padri e fi gli. Al secondo giro, presentò due elaborati, ma commise il passo falso di affrontare il tema della fuga dei cervelli dimenticandosi di cantare le lodi del governo, e fu segato di nuovo. La terza volta aveva imparato la lezione e si profuse in elogi del sistema, arrivando a sfi orare la possibilità di essere selezionato, ma incappò inaspettatamente in un tizio che, al momento cruciale, ebbe la meglio su di lui, che non era ancora suffi cientemente allenato a esprimersi in materia con passione e originalità. Ritrovatosi nuovamente fuori della rosa, abbandonò qualsiasi ambizione letteraria. Ma ora che era riuscito a entrare nel circolo letterario, la felicità era tale che gli fece scordare ogni traversia.

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Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

Alla fine l’atmosfera si stempera. Tra lo scompiglio di quelli che, a quanto pare, stanno raccogliendo delle prove, sento un urlo: è il cameraman. Guarda tutti con imbarazzo, poi si scusa: nelle riprese girate poco prima ha dimenticato di aprire l’obbiettivo della telecamera, quindi ha registrato solo il sonoro. «Secondo voi andrà bene lo stesso?»
Uno del gruppo gli si avvicina contrariato, scambia qualche parola con lui sottovoce e poi si rivolge a me, dicendomi che hanno avuto un contrattempo con la raccolta delle prove e quindi rientreranno da capo; io devo rimanere fermo nella posizione in cui mi trovo. «E quello che avevi in mano? La roba che avevi in mano poco fa? Ecco qui, tieni le mutande e resta immobile così».
«Con lei come fate, che è già ammanettata?», chiedo indicando Shanshan.
Lui rimugina, poi suggerisce: «Lasciamola così, non mi fido, non si sa mai che scappi e via dicendo, le donne non sono buone a niente. Rimane com’è, ammanettata alla lampada».
Io replico, esasperato: «Non vorrete farmi passare per sadomasochista, l’avete incatenata voi, non io!»
Lui mi da un calcio: «Parli troppo».
Finalmente sgomberano la stanza ma la serratura non tiene e la porta resta aperta, il cameraman tira fuori un fazzoletto e lo sistema nell’interstizio per bloccarla. Alla fine si chiude.

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Silvia Pozzi, traduttrice per Metropoli d’Asia, intervistata da agiChina

Silvia Pozzi, docente di lingua e letteratura cinese e traduttrice per Metropoli d’Asia, è stata intervistata da agiChina per parlare di Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han. Si è parlato anche delle numerose differenze di linguaggio con il romanzo di esordio dell’autore cinese, Le tre porte. Infine, anche qualche suggerimento su altri autori e generi della letteratura cinese non ancora tradotti in italiano.

Che cosa l’ha colpita di più di “Verso nord unonoveottootto”?
Il romanzo si snoda lungo due piani temporali, quello dell’infanzia del protagonista, la voce narrante, e quello del viaggio in macchina con la prostituta Nanà. L’infanzia è raccontata non con rimpianto, ma quasi senza emozione, solo come una serie di ricordi cristallini. Ne emerge l’importanza dei rapporti di amicizia, valore tipicamente confuciano, un pezzo di sé che ci si porta nella vita. Il viaggio on the road è invece una fuga da qualcosa verso qualcosa che non si capisce bene: la meta non è certa, quel che è certo è che sembra sempre che si scappi. Anche se si tratta di una non-storia, in cui non succede nulla, quando si arriva alla fine del libro ci si accorge che il viaggio fatto con i protagonisti non è stato invano. Han Han, senza dare spazio alle emozioni, descrive azioni che lì per lì sembrano innocue, ma che poi ti lavorano dentro. Racconta in modo cinico la brutalità dell’essere umano, ma sotto la superficie fa filtrare una grande umanità. Rendendo ad esempio i due protagonisti, molto lontani tra loro per identità e per vissuti, molto complici.

(continua a leggere su agiChina)


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Da Le tre porte, di Han Han

Il padre di Lin Yuxiang selezionava le letture come se strappasse foglie a un cavolo, facendo piazza pulita della magnifi cente storia della letteratura cinese. Alla fi ne, racimolò alcune opere senza imperfezioni da far studiare a Lin Yuxiang che, nonostante il suo odio per il cinese classico, fu costretto a imparare a memoria roba come «Ciascuno stenta a sopportare delle cose, compierle è segno di benevolenza. Ciascuno tende a non volere fare delle cose, adempierle è segno di giustizia» o frasi un po’ più semplici, tipo: «Non c’è passato, non c’è presente, nessun inizio e nessuna fi ne». Dopo un anno e passa di studio, Lin Yuxiang sapeva a memoria centinaia di citazioni, possedeva in sostanza la stessa preparazione di un fi losofo, anche se gliene mancava la maturità. Quando aveva sette anni, andò a casa loro un amico del padre, un tizio che lavorava nella redazione di un giornale di Shanghai città. L’uomo si lamentò delle diffi coltà incontrate nel rinnovamento della testata e delle enormi preoccupazioni correlate all’operazione. A Lin Yuxiang scappò detta una citazione a casaccio: «Se temi il capo e temi la coda, cosa rimarrà?». Il redattore, a essere ammonito così da un bambino, con un riferimento tratto dallo Zuo zhuan, si ringalluzzì, sentendosi spronato a non perdersi più d’animo per delle quisquilie. Riempì Lin Yuxiang di complimenti e gli chiese su due piedi di scrivere una fi lastrocca per il giornale. Lin Yuxiang aveva la metà degli anni del poeta Wang Bo quando rivelò il proprio genio e, ovviamente, non ne era in grado. A otto anni Lin Yuxiang conosceva tanti caratteri quanti uno di prima media e le maestre lo trattavano da bambino prodigio, cosa che riempì di superbia il padre che smise di obbligarlo a studiare il cinese antico. Fu una liberazione per la sua fantasia, tanto che compose una poesia:
L’anatroccolo fa qua qua
Niente pappa niente nanna fa
Chissà perché ci si chiederà
I compiti fatti lui non ha
Quando suo padre la lesse andò in visibilio, defi nendola una poesia simbolista, e la spedì all’amico redattore perché la pubblicasse quanto prima.

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Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

Mi risveglio che è sera, apro la minuscola finestra ed entra una brezza leggera. Mi soffermo a guardare fuori: è un paesino anonimo con tetti di tegole grigie, la strada è fatta di negozietti con brutte insegne e un viavai di camionisti in cerca di un posto per mangiare. Davanti all’albergo si ferma un camion vuoto; accanto c’è un bambino che gioca con la palla. Un treno corre lungo la ferrovia, che sarà a cento metri da qui, conto i vagoni: ventitré. Contare i vagoni è un gran bel passatempo; l’unica pecca è che non c’è modo di fare la verifica. Ma che importa, almeno si trascorre il dannato tempo totalmente concentrati, senza pensieri. Anche il bambino di sotto li ha contati. Dopo l’ultimo si gira verso il padre per dirgli: «Papà, erano ventiquattro».
L’uomo non gli dà retta, intento com’è ad aiutare il camion nelle manovre.

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Da Le tre porte, di Han Han

Se qualcuno sta chiuso a lungo in un cesso, fi nisce per puzzare di piscio, per analogia, se si vive circondati dai libri, alla lunga si emana cultura. Il signor Lin si era costruito un ruolo senza studiare, aveva cominciato a mantenersi con la poesia, diventando poi un autore di fama nel distretto. I libri stipati nella sua casa gli servivano per darsi un tono, ma al loro contenuto non dava peso. Un giorno, Lin Yuxiang, quando era piccino, sgambettò in giro ripetendo: «Libri di merda, libri del cavolo, libri inutili». Le sue parole arrivarono all’orecchio del padre per bocca della madre, ma stravolte nel ritmo, un po’ come la traduzione dell’antichissimo Libro delle odi in una lingua straniera. Il padre le suonò di santa ragione al fi glio perché aveva vilipeso la cultura, ma all’epoca il povero Lin Yuxiang non sapeva cosa signifi casse la parola «vilipendere», fi guriamoci «cultura» e comprese solamente che aveva detto delle parolacce. Si prese una tale strizza che non osò più aprire il becco. Le volgarità pronunciate da Lin Yuxiang fecero balzare un’idea nella testa di suo padre che, risoluto a trasformare la merda in oro, lo obbligò a leggere e studiare tutti i giorni, per suo massimo godimento. I libri diventarono come i soldi: non aveva senso metterli da parte, era molto meglio farli usare al fi glio, in una sorta di concretizzazione dell’amore paterno.

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