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Da Malesia Blues, di Brian Gomez

Poi c’erano i tipi strani.
Un cliente fisso le faceva mettere la sari e la inseguiva per tutta la stanza al suono di una canzone di un film di Bollywood a tutto volume. Le aveva fatto anche imparare a memoria il testo. Quando Ning l’aveva memorizzata tutta, le aveva chiesto di sposarla.
C’era un nano che le faceva mettere due grosse cuffie stereo sulle orecchie e si faceva chiamare Maestro Yoda mentre lo facevano. Lui la chiamava Leila.
Ma anche questi erano innocui, in fondo.
E poi c’erano i violenti.
Si era abituata a quasi tutto, ormai. Era necessario, nel suo campo. Di tanto in tanto, però, spuntava uno come l’Arabo. Quello gliele aveva date fi no a farla…
Si costrinse a smettere di pensare a lui. Era una bella serata. Ed era di ottimo umore. Niente pensieri neri, quella sera. Tariffa tripla! E senza contare la mancia!

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Shih-Li Kow ha vinto il Prix du Premier Roman 2018

Il libro di Shih-Li Kow pubblicato da Metropoli d’Asia, La somma delle nostre follie, ha vinto la sezione di letteratura straniera del Prix du Premier Roman 2018, riconoscimento dedicato agli scrittori esordienti tra i 18 e i 30 anni.

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

Non riuscivo a capire. La persona agitò le mani alzate verso di noi. Quando la figura che guadava fu più vicina, Ismet esclamò: «Ya Tuhan. Vedi anche tu quello che vedo io?».
Era Nain, la matta delle sanguisughe. Riconoscemmo i suoi capelli bianchi arruffati che si tagliava di tanto in tanto con un falcetto. Da lontano era solo una sagoma scura. Quando si avvicinò ci accorgemmo che sembrava nera perché era cosparsa di sanguisughe che si contorcevano. Mi chiesi se fosse nuda sotto quell’involucro di sanguisughe che le ricoprivano il volto, il corpo e le braccia. Le strisciavano sotto le ascelle e si appendevano ai capezzoli, ai lobi delle orecchie e alle palpebre. Chiudeva e riapriva con forza gli occhi per tenerle lontane, ma una si era già attaccata al margine del bulbo oculare. Teneva le braccia alzate, piene di creature, per farle stare fuori dall’acqua.
Ismet disse: «Ya Allah, Kak Nain. Cosa le è successo?».
La donna rispose: «Dovevo salvarle. Le mie ba…». Alcune sanguisughe le strisciarono in bocca (quando la aprì per dire “a”) e lei cercò di sputarle fuori. «Le mie bambine». La lingua si muoveva nella bocca come se stesse cercando di togliere un pezzo di cibo rimasto incastrato tra i molari.

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Da Malesia Blues, di Brian Gomez

«Terry», disse Pak Jam, chiamandolo mentre stavano uscendo. Sventolò un assegno.
«Cominciate ad andare. Ci vediamo fuori», disse Terry.
«Ascoltami», iniziò a dire Pak Jam, mentre gli dava l’assegno. «Se cambi idea, c’è sempre posto per te su questo palco, d’accordo?»
«Grazie, Pak Jam».
«Il mio numero ce l’hai, vero?»
«Sì».
«Senti, Terry, lo so che non sono affari miei, ma a volte la cosa giusta da fare è la più difficile».
Ci volle qualche istante perché Terry capisse che Pak Jam stava parlando del suo matrimonio con Linda. Pensò che sapesse troppo di frasetta da bigliettino dei biscotti della fortuna per prenderla sul serio, anche se era vera.
«Immagino di sì, lah», disse lui, con un sospiro. Si strinsero la mano e Terry uscì, abbandonando l’unica vita che avesse mai conosciuto.

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

Mi rivolse un gran sorriso, con i denti bianchi in un volto che sembrava fatto di legno lucido. Era un mascalzone attraente, alto e muscoloso per tutto l’esercizio fisico che faceva, e teneva la barba incolta ad arte. Era una persona affabile, e questo era al tempo stesso la sua forza e la sua rovina. Lavorava sodo, una cosa insolita a Lubok Sayong. Gli uomini migliori se ne andavano e quelli che restavano amavano troppo prendersela comoda per sgobbare in un lavoro qualsiasi.
Lo avvisai: «Attento ai coccodrilli. Sevaraja sostiene di averne visto uno sul tetto della fermata dell’autobus di Simpang Keladi vicino al punto in cui tuo padre vende frutta e verdura. Un maschio, lungo due metri e mezzo, con segni neri sul dorso».
Ismet scoppiò a ridere: «Devo dirlo a mio padre. Sul tetto della fermata dell’autobus!».
«Un’altra cosa. Se catturi il pesce di Mami Beevi, lascialo andare. Ha quasi pianto quando l’ha liberato, non la prenderebbe bene se qualcuno mangiasse il suo cucciolo».
«Che tipo di pesce è?»
«Un tipo strano. Una creatura brutta con il muso simile a quello di un cane».
«E quanto è grande?»
Gli mostrai la lunghezza del mio braccio dalla punta del dito al gomito.

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Da Malesia Blues, di Brian Gomez

I clienti dell’Hideout se n’erano andati tutti per quella sera, e a Pak Jam andava bene così. Un po’ di musica e qualche chiacchiera. Accese una canna, fece un tiro e la passò a Terry.
«A che ora vengono i ragazzi?», chiese.
«Dovrebbero essere qui tra poco, lah. Si bevono un paio di birre qui, poi ce ne andiamo. In qualche albergo, probabilmente», rispose Terry.
«Insomma è la gran notte, eh? La festa di fine-libertà».
Terry si limitò a stringersi nelle spalle. Diede un tiro alla canna come se fosse il suo ultimo respiro.
Terry aveva un’aria troppo sfatta per i suoi ventotto anni, considerò Pak Jam. Non lo conosceva bene, ma gli piaceva stare in sua compagnia. Era un ragazzo sveglio. Sapeva reggere una conversazione. E santo Dio, se lo sapeva suonare, il blues!

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

C’erano bambini ovunque, giocavano nell’acqua opaca dove le strade erano diventate liquide. Erano gli stessi bambini che durante l’eclissi si erano divertiti a far stare in equilibrio le uova. I più piccoli galleggiavano sull’acqua all’interno di bacinelle e secchi. Un monello con occhiali da aviatore stava sdraiato in un ampio kawah, un wok grande come un cratere che si utilizzava per i matrimoni o per cucinare il dodol. Vidi alcuni di loro cercare di stare in piedi su una porta traballante legata a un lampione. I ragazzini più grandi saltavano con una capriola dai tetti e dai rami degli alberi nell’acqua. Alcuni si appendevano ai cartelli stradali e facevano smorfie come le scimmie. Con tutte le strade sommerse da acqua fangosa, il panorama era cambiato, non si riconosceva più.
I bambini mi salutarono con la mano mentre passavo nella mia barca ridicola.
Li avvertii: «State attenti ai coccodrilli e ai serpenti. Jangan nanti kena makan buaya». Loro risero e fecero finta di essere coccodrilli, nuotandomi accanto.

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Da Malesia Blues, di Brian Gomez

Che diavolo c’era di tanto divertente? si chiese. Non era la prima volta che aveva visto persone ridere del suo biglietto. Era il «Servizio Massaggi»? E perché faceva tanto ridere? Il suo numero di telefono era ridicolo? Non poteva certo essere il suo nome! Si chiamava come Fellatio: il Dio Greco del Potere e della Sapietanza!
Ripensò al periodo delle scuole medie. Era stata quella mezza sega di Dominic Chan a suggerirgli quel nome, dicendogliene il signifi cato. Di certo Dominic non poteva avergli mentito. Non avrebbe osato. Aveva riempito di botte quello sfi gato e gli aveva portato via i soldi della merenda un’infi nità di volte a scuola.
Allora era solo un Lim Boon Fatt qualsiasi. Quant’era poco fi go un nome così! Come molti altri ragazzini cinesi della sua età, voleva un nome dal suono occidentale. Accarezzava l’idea di un Johnny o un Ricky, soprattutto perché Jacky se l’erano già messo in troppi.
«Che ne dici di Fellatio?», disse Dominic, che non vedeva l’ora di vendicarsi. Era sicuro che nessuno tra gli amici di Boon Fatt avrebbe mai saputo l’inglese a suffi cienza da conoscere il signifi cato di quella parola. E aveva ragione.

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

La coda dell’alluvione e le imminenti elezioni straordinarie portarono nella nostra cittadina un altro gruppo di persone: i candidati della coalizione nazionale e di un partito dell’opposizione. Entrambe le parti giunsero cariche di sacchi di riso e telefoni cellulari per addolcire la loro retorica. Inoltre escogitarono diversi sistemi per distribuire denaro come parte della campagna elettorale. Diedero soldi ai pensionati; ai disabili e alle loro madri; agli orfanotrofi, alle scuole e alle organizzazioni benefiche; agli studenti che avevano ottenuto buoni voti agli esami; agli impiegati statali in pensione e alle vedove di impiegati statali; agli agricoltori, ai pescatori e ai raccoglitori di lattice dell’albero della gomma; agli sportivi e ai proprietari di negozi di alimentari; alle madri single e agli orfani; ai malati in ospedale; ai cittadini che avevano superato gli ottant’anni e ai Buoni Samaritani. La lista era lunga. Una dichiarazione del tipo “Verrà dato qualcosa a tutti, tranne a chi ha un lavoro retribuito e paga le tasse” sarebbe stata più semplice e più breve.

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

I due uomini tornarono a bordo della mia barca improvvisata dopo una “ricognizione”, come la chiamavano loro. Avevo costruito l’imbarcazione con alcuni fusti per sostanze chimiche tagliati nel senso della lunghezza: tre metà unite con un cordino di nylon preso dai fili per il bucato di Beevi. Inoltre comprendeva uno scafo e una copertura fatta con alcuni rami e un vecchio ombrello a pois. Devan la manovrava con racchette da ping-pong inchiodate su manici di scopa.
La barca poteva trasportare due adulti di corporatura minuta. Leong era basso ma corpulento e temevo che l’imbarcazione non reggesse il suo peso. Con lui a bordo affondava di altri venti centimetri, ma resisteva e mi congratulai con me stesso per aver saputo realizzare una pseudoimbarcazione che galleggiava così bene.
Leong scese dalla barca e salì sulla veranda della casa di Beevi, con i pantaloni arrotolati fino alle ginocchia e la maglietta fradicia che intrappolava una sacca d’aria tra la pancia e il petto.
Gridò: «Salve salve, buongiorno buongiorno», per comunicare la sua presenza. Aggiunse: «Ho buone notizie per voi, gente. Abbiamo due cataste di assi di legno, larghe dieci centimetri e lunghe quindici. In tutto sono circa trecento».
«Quanto ci vorrà?» chiese Shan.
«Un giorno, credo. Ecco il piano: costruiremo partendo dalla casa qui dietro», indicò con il pollice, «fino a questa cucina. Poi continueremo da questa veranda diritto fino alla strada principale verso la collina».
«Ma partiamo domani mattina».

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