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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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    In uscita il 22 settembre
    Tutti i libri

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    • Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon
    • Nabarun Bhattacharya segnalato su Il Messaggero
    • Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya
    • Da Oggetti smarriti, di Liu Zhenyun
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Tutti i post su libri

Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Il maestro gli disse che quel giorno avevano in programma disegno di nudo dal vero, e che avrebbe dovuto spogliarsi. Il ragazzo notò che nell’atelier c’erano anche due donne sui vent’anni – una forse anche più giovane – che lo stavano guardando.
«A-Gui mi ha detto che dovevo togliermi solo i pantaloni», balbettò Jizong, ma si accorse che l’amico era già sparito. Si guardò intorno, confuso. Il maestro percorse con lo sguardo l’intero atelier, e sorridendo disse a Jizong: «Credo che A-Gui sia andato via. In fondo che problema c’è a togliersi i vestiti? Siamo adulti, non siamo forse fatti tutti allo stesso modo? Vedrai che ti abituerai subito, prova!». Jizong non rispose, non sapeva come fare a spogliarsi davanti a quella gente. Dove si era cacciato A-Gui? Se l’era svignata. Si sentiva solo e abbandonato e in cuor suo era infuriato con l’amico. Il maestro gli spiegò che quel giorno avrebbero dipinto per tre ore: ogni quarto d’ora avrebbero fatto una pausa di cinque minuti. Poi lo invitò ad andare dietro il paravento a spogliarsi.
Jizong si tolse la maglietta e uscì dal paravento a torso nudo.
«Ti puoi togliere i pantaloni?», gli chiese gentilmente il maestro; Jizong tornò dietro il paravento, se li sfilò e comparì in mutande. A disagio, teneva le braccia tese a coprire le parti basse e in attesa di istruzioni sbirciava timidamente il maestro; non osava guardare gli altri. Il maestro gli disse di mettersi di schiena, faccia al muro, di divaricare le gambe, alzare le braccia e appoggiarle alla parete: «Così, non muoverti!».
Dopo un po’ Jizong sentì il pittore che gli diceva: «Puoi toglierti anche le mutande?».

Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

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Nabarun Bhattacharya segnalato su Il Messaggero

Il libro Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya, è stato segnalato su Il Messaggero in relazione alla presentazione del documentario dedicato all’autore nel corso di Asiatica Film Mediale.

Il libro s’intitola “Gli ammutinati di Calcutta” ed è l’ultimo romanzo di un grande scrittore indiano, Nabarun Bhattacharya, scomparso due anni fa. Metropoli d’Asia, la casa editrice che l’ha pubblicato in Italia, la descrive come una storia «di mendicanti, scheletri, fantasmi, dischi volanti e governanti corrotti in una fantasmagorica Calcutta».

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Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

In libreria

Due gang rivali sul finire del XX secolo si scontrano e si incontrano in una fantasmagorica Calcutta. La prima gang è composta dagli iconici Fyataru, un gruppo di angeli punk dal retrogusto anarchico che vivono ai margini della società e combattono le disgustose ipocrisie di un sistema politico e burocratico stantio, malvagio e corrotto. Con i loro poteri sovrannaturali, fra cui spiccare il volo al solo pronunciare un cacofonico mantra e lanciare bombe di escrementi umani in testa ai ministri corrotti, i Fyataru mirano ad eliminare tutti gli “ismi” e tutti gli “scismi” che tormentano l’umanità urbana. La seconda gang è formata dai Choktor, una setta magica di stregoni tantrici. Seguendo i saggi consigli di un progenitore-sciamano nelle vesti di un uomo-corvo, le due gang si uniscono e danno vita ad un’insurrezione scoordinata e rivoluzionaria.

Calcutta diventa l’improbabile campo di battaglia di una guerriglia diretta contro le forze del Governo a cui partecipano i poveri, gli scontenti, ma anche gli scheletri, i fantasmi e dischi volanti. La polizia è allo sbaraglio, e il Governo è costretto a proporre un trattato di pace con esiti misteriosi.

Cura e traduzione dal bengali di Carola Erika Lorea


Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

Pagine 288
Euro 15
ISBN 9788896317648 

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Da Oggetti smarriti, di Liu Zhenyun

Quando Liu Yuejin andava con la madre a trovare la nonna materna, lo zio, che ci vedeva ancora, lo ignorava e gli metteva anche un po’ paura. Era un semplice cuoco di prigione, ma si dava un sacco di arie. Non per il mestiere in sé, ma per il luogo in cui lo esercitava. Nelle trattorie intorno al mercato i cuochi dovevano sempre preoccuparsi di cucinare bene, in prigione invece lui cucinava e basta. Anche volendo non c’era modo di fare meglio: sempre verdure in salamoia, pappa di riso e panini di farina di granturco cotti al vapore, tre volte al giorno per trecentosessantacinque giorni l’anno. Al ristorante, se il cibo è scadente, te la prendi con il cuoco; in galera i carcerati non fiatavano, anzi, quando lo incontravano abbassavano la voce in segno di rispetto. Gli altri cuochi disprezzavano Niu Decao, e lui li ricambiava con la stessa moneta: «E che cazzo, dappertutto chi cucina è al servizio di chi mangia, avete mai visto il contrario?».

Da Oggetti smarriti, di Liu Zhenyun

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Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Nel gruppo dei cacciatori che il Maggiore Sadrah guidava da anni, Margio poteva essere definito il più bravo. Sulla schiena aveva ancora la cicatrice di una ferita dovuta alle zanne di un cinghiale, ma non era niente in confronto alla quantità di animali che si erano arresi di fronte alla sua lancia, prima di essere sospinti verso la trappola e catturati vivi. Un cinghiale morto non era di nessun interesse per loro, perciò, anche quando si trovavano ad affrontare fisicamente un esemplare inferocito, non tentavano di ucciderlo. Lo ferivano in modo lieve, prima di costringerlo a entrare nella trappola. Non volevano che i cinghiali morissero perché organizzavano combattimenti con i cani selvatici, ai quali si poteva assistere pubblicamente alla fine della stagione venatoria. Nella caccia piena di espedienti e di tranelli a quegli animali senza cervello, Margio era considerato un leader, per la sua corsa veloce e la sua lancia implacabile. Non tutti avevano il coraggio di assumersi quel ruolo, e per questo il ragazzo era particolarmente ammirato dai suoi compagni.

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

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Da Memorie di un assassino, di Kim Young-ha

Ho continuato a seguire quel corso di poesia per un bel po’. Mi ero ripromesso di eliminare l’insegnante, se il corso non si fosse rivelato di mio gradimento, ma per sua fortuna le lezioni non sono state malaccio. Il poeta mi ha fatto ridere spesso e ha perfino tessuto le lodi di due miei componimenti. In questo modo si è guadagnato la mia clemenza, ma probabilmente non sa nemmeno di dovermi essere grato. Tempo fa mi è capitato di leggere la sua ultima raccolta di poesie – mio Dio, che delusione! Vi giuro, mi sono mangiato le mani per non averlo tolto di mezzo a tempo debito. Ma vi rendete conto? Perfino io, un killer provetto, a un certo punto mi sono rassegnato all’idea di dover tirare i remi in barca e lui, con la sua vena poetica da strapazzo, continua imperterrito a scrivere. Che faccia di bronzo!

Da Memorie di un assassino, di Kim Young-ha

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Da La Cina sono io, di Xiaolu Guo

Il padre di Jian è il segretario amministrativo dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Pechino. Il giorno della conferenza annuale, decide di portare il figlio in ufficio con sé. Mentre suona la campana della Dongcheng Tower dietro l’ufficio di suo padre, cominciano ad arrivare nella sala conferenze centinaia di delegati con i loro lucidi completi scuri e le loro lucide facce accaldate. Il padre di Jian gli ordina di stare tranquillo e di restare in cucina, dove i cuochi preparano tè e cibo. È una giornata torrida, e i calzoncini di cotone gli si incollano dietro le cosce. Fa i compiti e aspetta. E aspetta. Due ore dopo, però, Jian si annoia a morte. Riesce a passare sotto il naso del guardiano che doveva tenerlo d’occhio e scappa dal cancello dell’Assemblea. Vagando tra i vicoli sonnacchiosi, il ragazzino di dieci anni prova la libertà e lo smarrimento di un cane randagio. Vede una banda di ragazzi più grandi in sella alle bici e vuole unirsi a loro, che lo accettano. È il solito gioco di guerra che i ragazzi fanno spessissimo nelle strade di Pechino: soldati cinesi contro soldati americani nella guerra di Corea. Jian si unisce al gioco un po’ tardi, perciò gli viene assegnato il ruolo di un contadino coreano che sta ai margini. Lui però si rifiuta. Si annoia, ha caldo e vuole schierarsi nel conflitto. Chiede di unirsi al gruppo dei soldati cinesi. Tuttavia, per essere assegnato a una unità, deve ricevere una funzione e, cosa più importante, recitare il “Giuramento del soldato”. Jian è negato per queste cose, ma è impaziente di provarci. Alzando il pugno destro chiuso, parla forte come un vero soldato: «Sono un membro dell’Esercito di Liberazione Popolare. Giuro che seguirò le direttive del Partito comunista cinese, servirò il popolo con tutto il cuore, obbedirò agli ordini, lotterò eroicamente; in nessuna circostanza io…». A questo punto Jian non riesce a ricordare i versi successivi, quelli cruciali sul tradimento della propria madrepatria. Lo prendono in giro. Macchiato dall’umiliazione, deve fare la parte di un soldato americano e i ragazzini gli si rivoltano contro: diventa il bersaglio di tutti. Il gioco della guerra si fa violento, e Jian le prende di brutto, busca dei pugni in faccia che lo fanno sanguinare. Qualcuno lo colpisce al volto con un ramo – riesce a evitare la punta acuminata ma si fa un taglio profondo che gli lascerà una cicatrice sotto l’occhio, come uno spicchio di luna.

Da La Cina sono io, di Xiaolu Guo

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E adesso? su Valdichiana Oggi

E adesso?, di A Yi, ha ricevuto una recensione dal sito Valdichiana Oggi, all’interno della rubrica L’Angolo del Bibliotecario. Prima di parlare del libro, il curatore della rubrica Andrea Vignini ha speso parole di elogio per il lavoro della nostra casa editrice.

Tra i molti titoli interessanti presenti nel catalogo di Metropoli d’Asia ho scelto un libro cinico, tagliente e in qualche misura anche provocatorio che ha il merito, secondo il mio modesto parere, di mostrare in filigrana le tante contraddizioni della Cina contemporanea, dilaniata dal contrasto tra l’antica tradizione e l’incipiente modernità, tra la miseria delle masse e la ricchezza smodata dei potenti, tra comunismo di facciata e capitalismo invadente.

(continua a leggere su Valdichiana Oggi)


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Da 20 frammenti di gioventù vorace, di Xiaolu Guo

Sicché ero la seimilasettecentottantasettesima persona in cerca di un lavoro nell’industria cinematografica e televisiva di Pechino. Tra me e un copione c’erano seimilasettecentottantasei altri candidati – giovani e belli, vecchi e brutti. Sentivo la concorrenza, ovvio, ma in confronto al miliardo e passa della popolazione cinese, seimila e rotti non mi sembrava poi un numero così scoraggiante. Equivaleva agli abitanti del villaggio che avevo lasciato. E avvertivo l’urgenza di conquistare quel nuovo mondo.

Sempre senza guardarmi, l’eroe del popolo armato di scacciamosche si è messo a osservare la mia fototessera sulla scheda macchiata. «Mica male, ragazzina. In confronto al resto della faccia, la tua fronte ha qualcosa di speciale: è spaziosa quasi come Piazza Tienanmen. Anche le mascelle sono ok, comunque. Ti porteranno fortuna, credimi. Succede così, con le mascelle squadrate… Bene bene. Anche i lobi delle tue orecchie – belli grassi come quelli di Budda. Più sono grassi e più portano fortuna, lo sapevi? Mmm… Non sei da buttar via. Non puoi immaginare la montagna di cessi che viene qui ogni giorno. Non capisco: ma non si guardano allo specchio, prima?».

L’ho ascoltato con pazienza e alla fine l’ho ringraziato. Lasciandomi dietro le comparse N. 6788, 6789 e 6790, sono uscita. Il sole pomeridiano era talmente forte da friggermi i capelli. L’asfalto sprigionava afa estiva e inquinamento. E io ero intrappolata nel bel mezzo di questa lotta di calore, tanto che sono quasi svenuta nella strada rumorosa. Forse sono svenuta per davvero, non ricordo, e comunque è irrilevante. L’importante è che mi avevano dato un numero. A partire da quel giorno non avrei più vissuto come una patata dolce dimenticata dentro la terra scura. Mai più.

Da 20 frammenti di gioventù vorace, di Xialu Guo

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Le torri del silenzio su Indian words

Il sito Indian words ha dedicato una recensione a Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry, mettendo in particolare l’accento sul contesto di riferimento del romanzo, i riti funerari della comunità dei parsi in India.

Il mondo dei portatori di cadaveri, che vanno a prendere a casa i morti per portarli alle torri del silenzio su un catafalco, è descritto con molta vivacità: al pari degli intoccabili induisti, sono dei reietti, impuri per il contatto con i cadaveri, che per di più non disdegnano l’alcol per affrontare un lavoro ingrato e faticoso.
Il tutto, sotto forma di diario, è trattato in modo ironico, nonostante le disgrazie che capitano, e nonostante l’ambientazione decisamente mortuaria.
Anzi, in realtà, proprio il ritrovarsi in mezzo ai morti è l’aspetto più originale di questo libro: cadaveri che cadono dal catafalco, morti trafugati in piena notte sono alcune delle scene tragicomiche dal sapore grottesco raccontate nel romanzo.

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