• Chi siamo

    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
  • Libri

    In uscita il 22 settembre
    Tutti i libri

  • Parlano di noi

    • Da Ho il diritto di distruggermi, di Kim Young-ha
    • Da Malesia Blues, di Brian Gomez
    • Xiaolu Guo, la Svizzera e Heidi
    • Da E adesso?, di A Yi
  • Autori

Tutti i post su libri

Da Ho il diritto di distruggermi, di Kim Young-ha

K era tornato dopo cinque anni di assenza solo quando aveva saputo della scomparsa della madre. Dopo aver lasciato la scuola superiore era andato via di casa, e da allora era cambiato molto più di quanto ci si potesse aspettare. Il giorno del funerale, K aveva comunicato che preferiva non partecipare alla cerimonia: né il fratello né altri avevano cercato di fargli cambiare idea. E proprio nel momento in cui la terra ricopriva la bara della madre, lui se ne stava lì sul divano a spassarsela con Giuditta. C aveva messo a confronto la fatica che aveva fatto per organizzare il funerale della madre con il piacere carnale del fratello. Si era sentito stanco. Una volta entrato in camera da letto, si era addormentato con i vestiti ancora addosso.

Da Ho il diritto di distruggermi, di Kim Young-ha

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Da Malesia Blues, di Brian Gomez

I clienti dell’Hideout se n’erano andati tutti per quella sera, e a Pak Jam andava bene così. Un po’ di musica e qualche chiacchiera. Accese una canna, fece un tiro e la passò a Terry.
«A che ora vengono i ragazzi?», chiese.
«Dovrebbero essere qui tra poco, lah. Si bevono un paio di birre qui, poi ce ne andiamo. In qualche albergo, probabilmente», rispose Terry.
«Insomma è la gran notte, eh? La festa di fine-libertà».
Terry si limitò a stringersi nelle spalle. Diede un tiro alla canna come se fosse il suo ultimo respiro.
Terry aveva un’aria troppo sfatta per i suoi ventotto anni, considerò Pak Jam. Non lo conosceva bene, ma gli piaceva stare in sua compagnia. Era un ragazzo sveglio. Sapeva reggere una conversazione. E santo Dio, se lo sapeva suonare, il blues!

Da Malesia Blues, di Brian Gomez

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Xiaolu Guo, la Svizzera e Heidi

In un numero di Internazionale di qualche tempo fa era comparso un articolo di Xiaolu Guo, autrice con Metropoli d’Asia di La Cina sono io e 20 frammenti di gioventù vorace, su una sua esperienza di vita con la sua famiglia in Svizzera, a Zurigo. Proprio poco prima di partire aveva comprato per la figlia un libro di Heidi, personaggio che la suggestiona e accompagna attraverso gli incantevoli paesaggi montanari.


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Da E adesso?, di A Yi

Con un’arma del genere, la cosa avrebbe assunto un sapore rituale. L’ho messa nella cartella e mi sono confuso tra la folla, però non ho resistito a lungo e ho infilato la mano per far scat-tare la lama. Ta c, usciva, tac, rientrava. Avevo le vertigini. Ero l’angelo della morte e potevo decidere della vita dei passanti. A me toccava scegliere, a loro non restava che sperare nella fortu-na. Tuttavia si ammazza qualcuno se ne vale la pena, e nessuno mi sembrava adatto. Finché mi è venuto incontro un giovane che si sistemava i capelli con un pettine guardandosi intor-no. Era alto circa un metro e ottanta e portava grosse scarpe di cuoio, pantaloni con la piega e una camicia nera attillata, aperta sul petto. Quel tizio allampanato era ridicolo con le sue spalle strettissime che ricordavano una gruccia. Eppure nulla turbava l’alta considerazione che aveva di sé; camminava im-pettito, con un sorriso tirato. Mi sono immaginato che avesse appena ricevuto una promozione e un ufficio, lui che fino al giorno prima era talmente disperato da scoparsi le vedove.
Ci siamo incrociati come due bastoni, come due alberi, e anche se non lo sa, io l’ho ammazzato con il pensiero.

Da E adesso?, di A Yi

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Da Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry

Immerso in quei pensieri, non ho notato un uomo particolarmente magro e cadaverico, con una grossa verruca sulla fronte, seduto nella veranda in mezzo a una folla di famigliari e amici. Neppure lui mi ha visto mentre mi avvicinavo. Era semplicemente distratto, o forse troppo inebetito dalle lunghe ore di preghiera? Con una gamba incrociata sull’altra, agitava con vigore il piede puntato all’insù mentre muoveva le labbra, senza emettere suoni, concentrato su un libro di preghiere molto piccolo ma voluminoso.
Mentre gli passavo accanto, ho sfiorato con la gamba la scarpa dell’uomo che dondolava. Un incidente, è chiaro, ma quell’uomo all’apparenza così preso dalle preghiere, così dimentico di ciò che lo circondava, ha ripreso vita di colpo. È balzato in piedi con uno scatto da giocattolo a molla e ha iniziato a tremare come una foglia. Alcuni dei presenti hanno notato che stava accadendo qualcosa di straordinario. Quella figura ossuta ha cominciato a emettere ronzii sonori e insistenti, come un’ape furibonda. Mi stava dicendo qualcosa, con ogni probabilità mi insultava, protestando perché lo avevo contaminato: ma lo faceva senza parole, senza aprire le labbra che restavano sigillate.

Da Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry

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Tre articoli di Annie Zaidi su D – la Repubblica delle donne

Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di  I miei luoghi, ha scritto tre articoli di opinione sulla società indiana ospitati su D – la Repubblica delle donne.

Nel primo si parla di donne e controlli di sicurezza negli aeroporti e in altri luoghi sensibili, laddove sono sempre più frequenti camerini separati per le perquisizioni, che da apparente gesto di cortesia e discrezione diventa per l’autrice una forma sottile di segregazione. Nel secondo l’argomento è il proibizionismo nei confronti dell’alcool, con i suoi limiti in uno stato in cui basta passare da una provincia “sobria” (con un divieto completo di consumo) a una che non lo è, con relativo turismo alcolico per procurarselo. Il terzo articolo riguarda l’eventualità di organizzare una festa simile alla Tomatina spagnola (peraltro già abbastanza simile all’Holi), con considerazioni e riflessioni sull’opportunità di sprecare cibo in un posto, come l’India, con forti problemi di malnutrizione.


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Da Cortina di pioggia, di Tew Bunnag

La situazione in cui ci troviamo ci ha obbligati a tornare al presente e a una semplicità che avevamo dimenticato. Ha fatto anche avvicinare ulteriormente i pochi di noi rimasti in questo edificio. Siamo circondati costantemente da morte e incertezza. Penso che dalla condivisione di questa situazione difficile sia sorto qualcosa di positivo e mi ritrovo a chiedermi: l’alluvione, terribile com’è e con tutte le sofferenze che ha portato e porterà, può davvero rappresentare l’eliminazione di tutto ciò che è marcio in questa città, la fine del ciclo di consumismo aggressivo e avidità che ci hanno divisi? Può promuovere un senso di comunità e collaborazione che farebbe una differenza sostanziale nella nostra società? Posso solo pregare che sia vero.
Circondato da tanta incertezza, non sono più preoccupato per la precarietà della mia salute. Non ho più così tanta paura di morire. Spero che questo coraggio duri fino alla fine.

Da Cortina di pioggia, di Tew Bunnag

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Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

Qualche sera dopo, durante le sue peregrinazioni per la città, si ritrova davanti al Golden Palace Hotel, a osservare un corteo di auto di lusso superare il cancello d’ingresso. Sta per girarsi e andarsene, quando un uomo che ha appena affidato la sua coupè nera al parcheggiatore incrocia il suo sguardo e dopo un brevissimo attimo di esitazione, le si avvicina. La invita a bere qualcosa al bar dell’albergo.
Lei risponde: «Non sono vestita nel modo giusto». Indossa le solite cose che mette dopo il lavoro: jeans e un giubbotto di pelle nera liso e da pochi soldi.
Lui si mette a ridere e le dice che sta benissimo. Lei lo osserva, valutandolo. Deve aver passato i quaranta, che a lei sembrano tantissimi, ma è alto e in forma per la sua età, e tutto il suo aspetto parla di un uomo a suo agio con il denaro e se stesso, una cosa che a Mister Stufato mancava clamorosamente. Non c’è niente che la aspetta, a parte il suo minuscolo appartamento in affitto, il signor He e Celestino. Ling pensa all’acqua che sale verso il ghiaccio, che cerca le crepe, sgocciola e filtra senza sosta fino a diventare un torrente, mentre il ghiaccio si spezza e sprofonda in mare. La voce di Jiang nelle orecchie: Brutta troia. La rabbia che era rimasta lontana per giorni ora la stringe nelle sue grinfie. Accetta.

Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

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Da Le tre porte, di Han Han

Finalmente Ma Debao cominciò la lezione. Era la prima volta che affrontava una combriccola di patiti della letteratura – che in realtà erano appassionati di viaggi –, quindi sentiva l’esigenza di darsi un tono. La sera precedente aveva fatto le ore piccole per prepararsi, consultando un sacco di dizionari a caccia di citazioni colte. Esordì così:
«La letteratura è il piacevole incanto di apprezzare il bello, cosicché noi, in primis, dobbiamo comprendere che cosa sia la bellezza. Esiste una branca della fi losofi a che studia la bellezza che si chiama estetica, ma non c’è una bruttologia che indaghi il brutto, da ciò possiamo dedurre l’importanza della bellezza…». Ma Debao fece una pausa per lasciare spazio alla risata generale che aveva previsto, ma regnava un silenzio di tomba. Mentre si rimproverava per essersi espresso in modo troppo ricercato per gli studenti, che mancavano di acume, si agitò e andò nel pallone. Bevve un sorso d’acqua per riprendersi, intanto il seguito del discorso non si decideva a saltare fuori. Si ritrovò in balia della situazione, alla disperata rincorsa del fi lo del ragionamento che, stranamente, non riusciva a recuperare nella sua vasta memoria, era come cercare nel buio più pesto qualcosa a tastoni.

Da Le tre porte, di Han Han

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Da Duplice delitto e Hong Kong, di Chan Ho Kei

Eppure sentivo che qualcosa non quadrava.
Esaminai l’intera vicenda e, sebbene non riuscissi a trovare nessun elemento concreto a cui appigliarmi, avevo uno strano presentimento.
Lam Ken-Sang non era l’assassino.
Era una sensazione che non mi sapevo spiegare. Perché ritenevo innocente un pregiudicato che tutte le prove indicavano come colpevole? Non riuscivo proprio a darmi una risposta.
«L’intuito del poliziotto».
Ricordavo di averlo detto la sera prima e gli altri si erano messi a ridere.
«Ma quale intuito! Non diciamo cazzate! Chi credi di essere?».
«Ehi, grande detective! Sarà meglio che vai a casa a riposare un po’».
«Non ti mettere a fare casini, noi dobbiamo attenerci a quello che ci dicono di fare, se facciamo incazzare i superiori stiamo freschi!»

Da Duplice delitto a Hong Kong, di Chan Ho Kei

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