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Da Se non è amore vero allora è spazzatura, di Zhu Wen

Un gruppetto di giovani vestiti in modo strambo e appariscente, che si sgolano come pazzi, accorre disordinatamente dall’altro lato della strada simile a uno sciame di vespe. Gli sfaccendati riconoscono in Xiao Ding una faccia nota: anche lui, come loro, spesso e volentieri se ne va a zonzo per le strade e qualche volta si sono persino scambiati un’occhiata, loro da un lato della via e lui dall’altro. Si fanno largo a spintoni tra la folla assembrata tutt’intorno, piombano senza tanti complimenti addosso al forestiero e lo riempiono di botte. In men che non si dica quello si ritrova la faccia coperta di sangue, è tutto un patetico gnè gnè cui si mescola un persistente rumore di lenti che vanno in frantumi, mentre a terra sono sparsi dappertutto occhiali rotti e occhiali ancora integri. All’improvviso un tizio con una cintura da rockettaro tutta larga, che inizialmente non ha partecipato alla mischia e se n’è rimasto in disparte a guardare a braccia conserte, si impadronisce di uno sgabello e, facendolo roteare, si lancia con furia cieca su quel disgraziato di un forestiero che implora pietà, e glielo schianta in testa. Il venditore di occhiali da sole crolla barcollando a terra, incapace di muoversi. A questo punto si sente qualcuno gridare: Arriva la polizia! La reazione del branco di ragazzotti è fulminea: sbandano tra le grida e si mettono a correre, mentre qualcuno di loro non tralascia di arraffare da terra qualche paio di occhiali rimasti miracolosamente intatti. Xiao Ding se ne sta seduto in disparte su uno sgabello con lo sguardo fisso, del resto la rissa non lo riguardava più già da un bel pezzo. Un tizio del posto gli dice a bassa voce: Cosa fai qui impalato, mettiti a correre, aspetti di crepare? Lo sguardo di Xiao Ding cade sul forestiero che se ne sta raggomitolato a terra, proteggendosi ancora la testa con le braccia e sforzandosi di reprimere gemiti di dolore. Ha il corpo percorso da spasmi continui e rabbiosi, come un vecchio cane pestato fino a spezzargli la colonna vertebrale. Xiao Ding scatta in piedi, si dà un’occhiata intorno e comincia a correre a rotta di collo nella stessa direzione in cui è fuggito il branco. Dopo un po’ ha la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra. Si ferma e fa ancora qualche passo, ma poi pensa che tutto ciò è ancora meno logico, e riprende a correre più a perdifiato di prima. Finisce addosso a una signora di mezza età, appena uscita dal centro commerciale con una scatola di scarpe in braccio. Lo scontro gli dà il tempo per una pausa di riflessione: si intrufola nell’emporio tra gli strilli e gli improperi della signora, si fa strada in mezzo a una folla compatta, sbuca da un’uscita secondaria, attraversa la strada e si infila svelto nella pelletteria di fronte. È stipata di cittadini previdenti che si accingono a comprare vari articoli in pelle per l’inverno, approfittando dei convenienti prezzi estivi, e sudano copiosamente mentre esaminano la fattura della merce a caccia di difetti. Chissà perché, ma quella gente gli ispira una rabbia incomprensibile: in cuor suo maledice con tutto se stesso quella gentaglia capace di una vita così ben pianificata, mentre segue la strada indicata dai cartelli alla disperata ricerca di un bagno.

Da Se non è amore vero allora è spazzatura, di Zhu Wen

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Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

Non ricordo che ora fosse quando decisi di voltarmi e tornare nel mio appartamento; quel che è troppo è troppo; la gente continuava a camminare ma a questo punto avevo perso del tutto l’interesse per le loro faccende e desideravo solo l’intimità della mia casa, una tazza di caffè caldo e qualche spuntino; e così feci dietrofront; ma, me ne resi subito conto, questa era una delle tante decisioni poco sagge che mi capitava spesso di prendere perché, adesso, non si trattava più di andare nel verso della corrente, ma di contrastarla e per tenermi saldo su due piedi, evitando allo stesso tempo di morire travolto dalla marea di umanità che mi veniva addosso, dovevo raccogliere tutte le mie risorse fi siche e mentali; una delle strategie che sviluppai – per continuare con la metafora – fu di guadare tra la gente come si guada nell’acqua, muovendo le braccia come un nuotatore e, all’occasione, procurando piccoli danni come un cazzotto al naso o un pugno allo stomaco a un paio di persone; la cosa, ancora una volta, non era intenzionale per cui nessuno aveva da ridire ed io continuai a lottare con la corrente; mi venne in mente la solita scena quotidiana alla stazione quando tutta la città si muove verso il centro, scende dal treno e sgorga in un fl usso senza fi ne, rendendo impossibile ai pochi che, come me, vorrebbero dirigersi a nord, nei quartieri alti, raggiungere il binario e salire in treno; e devo ammettere che questo esercizio mi ha fatto spesso sentire orgoglioso a causa del suo implicito simbolismo: fare ciò che la massa non fa, essere così anticonformista da trovare un lavoro nei quartieri alti mentre tutti i lavori sono in centro; ma per tornare al racconto, mi sentivo, da un altro punto di vista, un perdente: mi trovavo adesso faccia a faccia con la folla, dovevo sopportarne gli sguardi indiscreti, curiosi di sapere chi fosse il tale che viaggiava da est a ovest mentre tutti si muovevano nella direzione opposta; vedevo i loro sguardi obliqui, i loro denti appuntiti, e nasi colanti molto più distintamente di prima, e visto che il fl usso di gente era costante, talvolta accadeva che mi trovassi vicino a quella creatura deforme con monconi per braccia, piedi bitorzoluti e, manco a dirlo, con una pelle adornata di pustole, porri e nei; e questo in un certo senso mi dava l’impressione che un enorme mostro con molte teste, occhi, nasi mani e piedi, mi stesse attaccando con ferocia, astio, sicuro di prendermi e divorarmi; nella mia mente si sviluppò così lo stesso malanimo che sarebbe naturale covare verso una creatura del genere e fu una sorpresa anche per me, oltre che una prova della mia maturità, il fatto che non aprii bocca per ringhiare, abbaiare, mordere nel folle tentativo di difendermi; inoltre, dato che la folla man mano per la pendenza premeva sempre più forte, scoprii con sconcerto che, grazie alla mia posizione, ero proprio io l’unica causa del parapiglia in cui, fi la su fi la, caddero, inciamparono, e trovarono la morte in uno dei modi meno dignitosi che si possa immaginare – per intenderci, come fossero lasciati in balia degli elefanti; la faccenda, dunque, si stava facendo pericolosa, ma continuai a camminare perché adesso non vedevo l’ora di avere il comfort del mio appartamento e di una bevanda calda.

Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

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Il 21 giugno a Milano: Gay made in India. Incontro con lo scrittore R. Raj Rao, in collaborazione con il Milano Pride

 

R. Raj Rao a Milano per parlare di omosessualità in India

R. Raj Rao, autore per Metropoli d’Asia di Il mio ragazzo e Autobiografia di un indiano ignoto, sarà a Milano martedì prossimo 21 giugno per parlare di omosessualità, in un incontro dal titolo Gay made in India. R. Raj Rao è professore di inglese all’Università di Pune, e attivista per i diritti degli omosessuali in un paese come l’India in cui è ancora un reato.

Con lui interverranno Francesco Belais, Andrea Berrini e Francesco Comotti. Ci saranno letture di Riky Buffonini.

L’evento è inserito nella programmazione del Milano Pride 2016. Qui l’evento su Facebook.

Da Il mio ragazzo, di R. Raj Rao

Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto e, dopo averlo arrotolato in una bella striscia rettangolare, lo portò agli occhi del ragazzo.
«Che fai?», sbottò lui.
«Ti bendo», rispose tranquillo Yudi. «È giusto una precauzione. Lo faccio sempre con i miei partner. Perché non sappiano in che palazzo abito. E se poi tornano il giorno dopo per ricattarmi?».
Yudi si pentì di aver usato la parola «ricattare» nel preciso istante in cui l’aveva pronunciata. Era come mettere strane idee in testa alla gente.
«Ti sembro un ricattatore, io?», chiese il ragazzo, offeso.
Era buffo vederlo camminare bendato, la mano destra nella sinistra del compagno.
«Non ho detto che tu sei un ricattatore», spiegò Yudi. «Mi piace essere super prudente, tutto qui. In inglese si dice “prevenire è meglio che curare”».
Erano arrivati nella via in cui viveva sua madre, nel secondo palazzo a sinistra. Un anziano sindhi che portava soltanto camicie bianche e pantaloni neri e che abitava due piani sopra la madre, stava salendo in macchina. Conosceva Yudi sin da bambino, quando viveva con i genitori, e aveva sempre pensato che gli mancasse qualche rotella. Ciononostante, vederlo accompagnare nel palazzo un tizio bendato era una stramberia che andava al di là di ogni possibile spiegazione. Squadrò Yudi. Che significa?, chiedeva la sua espressione corrucciata.
«Il mio domestico», spiegò Yudi. L’ho portato all’ospedale di Bombay per un’operazione alla cataratta. Capita».
«Quando torna tua mamma?», sospirò il signore, mettendo in moto la Fiat.
«Fra un paio di giorni», disse Yudi, e si allontanò in fretta.
Entrò con il ragazzo nella Pherwani Mansion (così si chiamava lo stabile). Schiacciò il pulsante dell’ascensore, che per fortuna arrivò vuoto senza altri vicini indiscreti. Vi spinse dentro il ragazzo, chiuse la porta a soffietto in gran fretta e salì al terzo piano.
«Hai detto che sono il tuo domestico?», chiese il ragazzo nel breve intervallo in cui l’ascensore andava dal primo al terzo piano.
«Solo per chiudere il becco a quel grassone di un sindhi», rispose Yudi.
«Lo sa di te?»
«Non ne ho idea. Non è che la gente vada in giro a dire: “Ah, so tutto di te, dei bei maschioni che ti scopi nell’appartamento di tua madre mentre lei non c’è”».
Il ragazzo rimase in silenzio. Non gli andava che lo chiamassero «bel maschione». Non gli piaceva nemmeno che Yudi usasse la parola «scopare». Yudi aprì la porta dell’appartamento e lo accompagnò nel salottino. Gli sbendò gli occhi e gli portò un bicchiere d’acqua.

Da Il mio ragazzo, di R. Raj Rao

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Il 21 giugno a Milano: Gay made in India. Incontro con lo scrittore R. Raj Rao, in collaborazione con il Milano Pride

 

 

E adesso? segnalato da Tu Style

La rivista Tu Style ha dato spazio con una segnalazione a E adesso?, l’ultimo libro pubblicato da Metropoli d’Asia di A Yi, ricordando sia uno degli autori cinesi contemporanei più interessanti.


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Silvia Pozzi, traduttrice per Metropoli d’Asia, intervistata da agiChina

Silvia Pozzi, docente di lingua e letteratura cinese e traduttrice per Metropoli d’Asia, è stata intervistata da agiChina per parlare di Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han. Si è parlato anche delle numerose differenze di linguaggio con il romanzo di esordio dell’autore cinese, Le tre porte. Infine, anche qualche suggerimento su altri autori e generi della letteratura cinese non ancora tradotti in italiano.

Che cosa l’ha colpita di più di “Verso nord unonoveottootto”?
Il romanzo si snoda lungo due piani temporali, quello dell’infanzia del protagonista, la voce narrante, e quello del viaggio in macchina con la prostituta Nanà. L’infanzia è raccontata non con rimpianto, ma quasi senza emozione, solo come una serie di ricordi cristallini. Ne emerge l’importanza dei rapporti di amicizia, valore tipicamente confuciano, un pezzo di sé che ci si porta nella vita. Il viaggio on the road è invece una fuga da qualcosa verso qualcosa che non si capisce bene: la meta non è certa, quel che è certo è che sembra sempre che si scappi. Anche se si tratta di una non-storia, in cui non succede nulla, quando si arriva alla fine del libro ci si accorge che il viaggio fatto con i protagonisti non è stato invano. Han Han, senza dare spazio alle emozioni, descrive azioni che lì per lì sembrano innocue, ma che poi ti lavorano dentro. Racconta in modo cinico la brutalità dell’essere umano, ma sotto la superficie fa filtrare una grande umanità. Rendendo ad esempio i due protagonisti, molto lontani tra loro per identità e per vissuti, molto complici.

(continua a leggere su agiChina)


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E adesso? recensito dal sito Bookmarks are reader’s best friends

Il blog Bookmarks are reader’s best friends ha dedicato una recensione a E adesso?, avendo la curatrice del sito partecipato come volontaria a Incroci di civiltà, dove l’autore A Yi era presente per parlare del suo libro. Partendo dalla trama del romanzo viene lanciata qualche riflessione sui temi proposti dal libro.

Prendendo spunto da un fatto di cronaca A Yi si mette nei panni dell’omicida adolescente e racconta non tanto i motivi che lo portano ad uccidere brutalmente una sua compagna di classe e a metterne il cadavere nella lavatrice, ma piuttosto la sua preparazione, l’attuazione del crimine e la sua successiva fuga, inseguito dalla polizia. Una vera e propria caccia all’uomo che non può che concludersi con la cattura dell’assasino, ma lui potrà spiegarci il perché delle sue azioni?

(continua a leggere su Bookmarks are reader’s best friends)


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A Yi su il Giornale

Su il Giornale si può leggere una recensione dedicata a E adesso?, di A Yi, l’ultimo libro pubblicato da Metropoli d’Asia. Si parla soprattutto della trama, con alcune osservazioni sullo stile dell’autore.


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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

I due uomini tornarono a bordo della mia barca improvvisata dopo una “ricognizione”, come la chiamavano loro. Avevo costruito l’imbarcazione con alcuni fusti per sostanze chimiche tagliati nel senso della lunghezza: tre metà unite con un cordino di nylon preso dai fili per il bucato di Beevi. Inoltre comprendeva uno scafo e una copertura fatta con alcuni rami e un vecchio ombrello a pois. Devan la manovrava con racchette da ping-pong inchiodate su manici di scopa.
La barca poteva trasportare due adulti di corporatura minuta. Leong era basso ma corpulento e temevo che l’imbarcazione non reggesse il suo peso. Con lui a bordo affondava di altri venti centimetri, ma resisteva e mi congratulai con me stesso per aver saputo realizzare una pseudoimbarcazione che galleggiava così bene.
Leong scese dalla barca e salì sulla veranda della casa di Beevi, con i pantaloni arrotolati fino alle ginocchia e la maglietta fradicia che intrappolava una sacca d’aria tra la pancia e il petto.
Gridò: «Salve salve, buongiorno buongiorno», per comunicare la sua presenza. Aggiunse: «Ho buone notizie per voi, gente. Abbiamo due cataste di assi di legno, larghe dieci centimetri e lunghe quindici. In tutto sono circa trecento».
«Quanto ci vorrà?» chiese Shan.
«Un giorno, credo. Ecco il piano: costruiremo partendo dalla casa qui dietro», indicò con il pollice, «fino a questa cucina. Poi continueremo da questa veranda diritto fino alla strada principale verso la collina».
«Ma partiamo domani mattina».

Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

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Da Malesia Blues, di Brian Gomez

«Sta’ zitto e apri le orecchie, Joe. Io ho ventisei anni di esperienza nello spaccare le ossa di gente molto più grossa e più forte di te. E sono bravo, Joe. Cazzo se sono bravo. L’esperienza, come dici tu, è tutto. Ho smesso perché non mi piace più. Ma nel tuo caso, Joe, credo che mi potrebbe tornare la voglia.
«Quello che voglio che tu faccia ora è andare al microfono, visto che evidentemente essere al centro dell’attenzione non ti dispiace, a scusarti con i gentili clienti di questo bar per esserti comportato da stronzo rompicoglioni. Poi voglio che ti scusi con Terry per aver interrotto la sua esibizione. E infi ne, Joe, voglio che ti scusi con i Deep Purple per aver massacrato la loro canzone. E poi voglio che scendi da questo cazzo di palco. Ce la fai, Joe, oppure no?».
Mentre Pak Jam parlava, Joe sentì qualcosa di caldo sgocciolargli giù per i pantaloni. Non ci poteva credere. Avrebbe voluto correre via, ma non poteva andarsene così. Non c’entravano più Arun e Siva. Andassero affanculo, quei due. Erano le donne. Le donne lo stavano guardando. Doveva salvare la faccia almeno un po’. Cercò di pensare a una risposta brillante.
«E che cazzo pensi di fare se non scendo?», fu tutto quello che riuscì a dire, e rimase immediatamente deluso di se stesso.
«Ti slogo un pollice», disse Pak Jam. Cosa mi fa? si chiese Joe. Era l’idiozia più grossa che avesse mai sentito, eppure la specificità della minaccia lo terrorizzò. Cercò un’altra replica sagace.
«Ma vaffanculo, lah», disse, pentendosene all’istante. Il pugno di Pak Jam lo colpì dritto in bocca, e mentre crollava a terra Joe si sentì cascare di bocca due incisivi.

Da Malesia Blues, di Brian Gomez

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