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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

«Vent’anni ho lavorato, in un ufficio postale a vendere francobolli. A vedermi non si direbbe, ma sono una donna che ha studiato. Ho superato gli esami di maturità. Ero l’unica impiegata donna dell’ufficio. La posta all’incrocio con Balaram Street, hai presente? Tutto per riuscire a mandarlo in una buona scuola. Quando sono andata in pensione, i colleghi mi hanno regalato una sveglia. Ci crederesti? Una sveglia! Una donna anziana, stanca morta, che passa tutta la notte a rigirarsi nel letto… e le regalano una sveglia. Prendi nota, non dico tanto per dire: c’entra con la tua indagine! La sveglia era una HES. Ha smesso di funzionare nel giro di tre mesi. Non sono riuscita a ricavarci altro che cinque rupie…». Fece una pausa per riprendere fiato. Poi di colpo: «Va bene, per oggi ho parlato abbastanza. Altre domande?».
Ce ne sarebbero state diverse, in effetti. Ma quando Jingo sbirciò il suo elenco, gli ballarono davanti agli occhi annebbiati in una foschia di totale irrilevanza.
«Ahiai». La donna rabbrividì. «Quest’umidità mi fa dolere tutte le ossa. Nelle notti che piove forte, le signore dell’albergo qui sotto s’impietosiscono e mi danno una trapunta vecchia e un angolino dove dormire. Certo, proprio signore non sono, te lo dico io». Abbassò la voce fino a un sussurro. «Ma non sei un bambino, certe cose le sai. Di notte vanno a trovarle degli ubriachi. Se io sono lì a dormire mi prendono in giro, fanno battute su di me. Una vergogna. Ma li ignoro. Che altro posso fare?

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Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

A Jingo sfuggivano le date esatte, ma gli avvenimenti descritti dalla donna risalivano ad almeno dieci anni prima della sua nascita. Nel porto era esplosa una nave inglese carica di dinamite. Oltre a varie merci, tra cui barili di petrolio e balle di cotone, l’imbarcazione trasportava anche un grosso quantitativo d’oro. I lingotti erano volati lontano, in mezzo all’aria colma di fumo nero, anche se la maggior parte, a quanto si diceva, si era fusa ed era finita in fondo al mare. Molti tra pompieri e passanti avevano perso la vita nella grande esplosione o erano stati dati per dispersi. Decine di corpi non erano mai stati ritrovati. Jingo l’aveva letto di recente su una rivista, in un articolo che commemorava – che cos’era? – forse il quarantacinquesimo anniversario di quello scoppio?
«Ho smesso di accendere il cero, ho smesso di pregare che tornasse. Non m’importava più se era vivo o morto. Ma quando se n’è andato, è successo qualcosa di più tremendo, molto di più… e di questo do la colpa a lui…».
D’improvviso Jilla Gorimar strizzò gli occhi e scivolò giù dal letto con un dito sulle labbra, per intimare a Jingo di fare silenzio. «Shhh. Eccolo… eccolo lì… lo vedi? Tieni, prendi questa». Gli diede la scarpina rossa da bambino che era sul tavolo e sussurrò: «Schiaccialo!». Indicò un topo grigio e corpulento che attraversava la stanza come se niente fosse. Non appena Jingo si mosse per prendere la scarpa, la bestia scomparve in un lampo, nascondendosi dietro i mobili.
«È sparito», disse Jingo con disappunto simulato, mentre in realtà provava un certo sollievo.
«Ah, fa niente. Ce ne sono a centinaia. Anche più grossi. Vanno e vengono».

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Da Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry

Il morto era steso su un catafalco di ferro al centro del pavimento all’interno del padiglione di pietra.
Accanto, in un turibolo su un vassoio d’argento, crepitavano le braci. L’odore purificante di fumo, incenso e sandalo si diffondeva ovunque. Su tre lati della stanza – Buchia aveva ragione: i famigliari erano già presenti e in attesa – si accalcavano donne di età diverse, avvolte in sari bianchi freschi di bucato, eleganti come cigni pur nel loro dolore. Sedevano spalla a spalla su seggiole di legno accostate l’una all’altra, con i capelli coperti dai foulard o dai lembi del sari fissati da una spilla. Si trattenevano, come il loro lutto, in un decoro composto e curato. Alcune dialogavano a sussurri.

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Le torri del silenzio su Indian words

Il sito Indian words ha dedicato una recensione a Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry, mettendo in particolare l’accento sul contesto di riferimento del romanzo, i riti funerari della comunità dei parsi in India.

Il mondo dei portatori di cadaveri, che vanno a prendere a casa i morti per portarli alle torri del silenzio su un catafalco, è descritto con molta vivacità: al pari degli intoccabili induisti, sono dei reietti, impuri per il contatto con i cadaveri, che per di più non disdegnano l’alcol per affrontare un lavoro ingrato e faticoso.
Il tutto, sotto forma di diario, è trattato in modo ironico, nonostante le disgrazie che capitano, e nonostante l’ambientazione decisamente mortuaria.
Anzi, in realtà, proprio il ritrovarsi in mezzo ai morti è l’aspetto più originale di questo libro: cadaveri che cadono dal catafalco, morti trafugati in piena notte sono alcune delle scene tragicomiche dal sapore grottesco raccontate nel romanzo.

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Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

«Il mio Keko, mio marito, non era un uomo qualunque. Non possedeva niente, tranne i suoi sogni e i suoi gusti ricercati. Tasche vuote, ma si dava un sacco di arie…
«Era pappa e ciccia con i soldati inglesi. Andava a bere con loro nei bar dove i civili non erano ammessi, andava in giro sulle jeep dell’esercito. Entrava negli spacci e prendeva tutte le cose da mangiare che voleva. A quell’epoca funzionava così. Durante la guerra, chi la usava la roba indiana? Solo cose straniere, di ogni tipo. No, la roba fatta in India non si usava proprio». Restituì a Jingo l’elenco di prodotti per la ricerca di mercato senza quasi degnarlo di uno sguardo.
Per un istante Jingo si chiese se protestare e insistere per avere una risposta alle domande per cui veniva pagato. Ma la dolcezza, che già pregustava, di un pomeriggio di pioggia sprecato in quel modo lo rendeva docile e gentile, recalcitrante a darsi troppo da fare.
«Ma era un bell’uomo, il mio Keko… Davvero! Alto, elegante. Non ci si stancava di guardarlo. Diceva…», e lo citò con tono drammatico: «Sono un’anima nata nel corpo sbagliato. Sarei dovuto nascere figlio di maharajah. Oppure dovevo essere Errol Flynn. Anzi, Errol avrebbe potuto farmi da controfigura». Jingo udì una curiosa risatina soffocata. «Era fatto così. Poteva avere tutte le donne che voleva. Ma aveva scelto me…

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Da Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry

Era sempre stato un mestiere ereditario. Generazioni di matrimoni tra consanguinei all’interno delle famiglie appartenenti alla ristretta sottocasta dei portatori di cadaveri – insieme a un isolamento autoimposto e rafforzato dalla società – li avevano resi deformi, goffi e in generale di salute cagionevole. Quindi era davvero triste e disperante che i portatori di cadaveri continuassero a dibattersi nel tentativo di sfuggire alla tirannia che avevano ereditato. Certo, il mio era un caso del tutto inconsueto: di solito rimanevano tutti sbalorditi e increduli nello scoprire che avevo scelto di mia spontanea volontà di sposare la figlia di un khandhia, optando per una vita all’interno delle Torri del Silenzio.
Di diritto, in effetti, io mi colloco a un livello più alto rispetto a un semplice portatore di cadaveri. Prima di prendere servizio alle Torri ho seguito cinque settimane di preparazione nel tempio del fuoco eretto su un’altura di quest’ampia tenuta coperta di boschi, a un tiro di schioppo dalle Torri stesse. Dopo vari giorni di ritiro solitario e purificazione rituale, dopo aver imparato a memoria diversi inni misteriosi in una lingua morta, sono stato iniziato dal gran sacerdote del tempio e proclamato ufficialmente nussesalar.
Questo strano termine dell’avestico antico significa «Signore degli Impuri». Anche i nussesalar sono portatori di cadaveri, non ci sono dubbi, investiti però di vari compiti rituali simili a quelli dei sacerdoti. Nella nostra religione, la materia morta è considerata impura. Tra i miei vari compiti c’è la segregazione dei cadaveri, una volta purificati secondo il rito, per impedire che vengano di nuovo contaminati dalle mani di famigliari troppo emotivi. Ancora più importante è la responsabilità di proteggere i vivi dalle contaminazioni che si suppone emanino i cadaveri.
Secondo le scritture, tutti i cadaveri irradiano un effluvio invisibile ma nocivo. Tramite abluzioni rituali, profilassi e preghiere, io devo proteggere la popolazione – e me stesso – dagli effetti perniciosi dei morti; insomma, per così dire, il nussesalar fa da scudo alla comunità contro tutto quel male e quella putrefazione, assorbendoli nel suo stesso essere. In cambio di tale nobile servigio, assicurano le scritture, la sua anima non rinascerà. Il nussesalar che adempie con scrupolo ai propri compiti sfuggirà per sempre al ciclo di rinascita, decadimento e morte. Quello che le scritture tralasciano di specificare, però, è che durante quest’ultima incarnazione il suo prossimo lo tratterà come spazzatura, come l’incarnazione stessa della merda: in altre parole, come un intoccabile fino al midollo.

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Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

La stanza era ingombra di oggetti accumulati nel corso di molti anni. Contro la parete erano allineate sei sedie di paglia, quasi tutte sfondate. Un grosso armadio munito di specchio, con una zampa anteriore spezzata, pendeva inclinato a un’angolazione preoccupante. In un cassettone di mogano scuro si notava una grossa fessura nera rettangolare in corrispondenza di un cassetto mancante. Sul ripiano del mobile erano disposte una decina di boccette di preparati medici, vuote o mezze vuote. Un letto a baldacchino occupava il centro della stanza, con un materasso sottile arrotolato da una parte. Sulle assi a vista dell’altra metà, sopra uno strato di vecchi giornali, c’erano un fornello da campeggio annerito, un tagliere e un grosso coltello da cucina. Sotto il letto, la sagoma concava e vuota del coperchio di una macchina da cucire. Accanto, un tavolino ingombro degli oggetti più svariati: un lume a cherosene, una tazzina di porcellana scheggiata, un cacciavite, una grossa vite, una dentiera in un vasetto pieno d’acqua, un libro di preghiere spiegazzato, un grosso gomitolo di filo, una scarpina rossa da bambino e, in un piattino, un ammasso verde di muffa che era probabilmente un pezzo di formaggio. Alla parete ticchettava forte una pendola vetusta. Con una certa sorpresa, Jingo notò che segnava l’ora esatta. Accanto all’orologio era appeso, un po’ di sbieco, un vecchio calendario che raffigurava Nehru nell’atto di annusare una rosa rossa fiammeggiante.
Invitato ad accomodarsi, Jingo scelse un panchetto di legno dalle decorazioni bizzarre: non appena seduto, gli sorse il dubbio di essersi piazzato sul coperchio chiuso di un pitale di foggia antiquata. Ebbe l’impulso di spostarsi. Nessuna sedia nella stanza, però, pareva in grado di reggere il suo peso, e alla vecchia non sembrava importare dove si era seduto. La donna montò sul letto in fretta e furia, senza fiato per l’emozione, in attesa che Jingo iniziasse a parlare.

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Da Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry

Sono cresciuto non lontano da qui. Quand’ero ancora bambino, può darsi che i miei mi ci abbiano portato ad assistere a un funerale o due, ma solo molto più tardi ho cominciato a considerarlo il mio giardino, il mio bosco privato: un luogo incantato in cui ero libero di scorrazzare, di meravigliarmi a mio piacimento delle forme, degli odori e dei colori della natura, degli alberi, degli uccelli e dei magnifici cespugli, oltre che della distesa selvaggia delle rocce. Vicino alla sommità della collina dominano le torri tozze – tre –, con le fauci spalancate verso il cielo per permettere ai rapaci di scendere e pasteggiare a volontà, per poi levarsi di nuovo in volo indisturbati. Pur circondato da una città che diventa ogni giorno più rumorosa e popolata, questo appezzamento di terreno è così esteso e nascosto che nessuna attività o sillaba pronunciata da voce umana scalfisce la sua atmosfera pacifica. Anche se la morte è la ragione ultima della sua esistenza, in questo giardino la vita riporta una vittoria schiacciante.

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Un’intervista a Cyrus Mistry

La rivista online Earthen Lamp Journal ha intervistato Cyrus Mistry, recente vincitore del DSC Prize 2014.

Si parla della sue esperienza come scrittore, del rapporto con il fratello (Rohinton Mistry), e chiaramente dell’ispirazione e del lavoro su Le torri del silenzio (Chronicle of a Corpse Bear il titolo originale).

Cyrus Mistry ha vinto il DSCPrize

Cyrus Mistry, autore di Le Torri del Silenzio (Chronicle of a Corpse Bearer il titolo originale), appena pubblicato per Metropoli d’Asia, ha vinto il DSCPrize.

Si tratta del premio più prestigioso per la letteratura asiatica, ed è stato consegnato in occasione del Jaipur Literature Festival.

Qui si può leggere l’articolo di Andrea Berrini sul suo blog In diretta dall’Asia, mentre di seguito potete trovare un po’ di rassegna stampa (in aggiornamento):

radomskirhu