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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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    • Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan
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    • Da Oggetti smarriti, di Liu Zhenyun
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Tutti i post su citazioni

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

Quell’uomo era così attraente che non solo aveva affascinato numerose ragazze quando era arrivato in città la prima volta, ma perfino dopo tanti anni, vecchio, ingrassato e con i capelli che si diradavano, era ancora un idolo agli occhi di donne avventurose che aspiravano ad avere una storia con lui. I suoi bei lineamenti erano in netto contrasto con quelli di sua moglie. Con un naso che sembrava il becco di un pappagallo, la mascella troppo pronunciata e modi freddi e altezzosi, più che una bella principessa Kasia sembrava una strega cattiva. In realtà non era così brutta, ma era decisamente il tipo di donna che annoiava la maggior parte degli uomini. A detta di molti Anwar Sadat, artista fallito, l’aveva sposata solo per i suoi soldi, e con quel denaro si era potuto permettere di andare a letto con un sacco di donne; sua moglie scopriva quasi sempre le sue scappatelle, ma non le importava, a patto che non spargesse il suo seme altrove.

Da L’uomo tigre, di Eka Kurniawan

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Da Oggetti smarriti, di Liu Zhenyun

Finiti i guai con Lao Huang e Wu Laosan, cominciarono quelli con Han Shengli. Quando avevano concordato il prestito, si era detto che glieli avrebbe restituiti entro tre giorni con il trenta per cento di interesse. Erano passati tre mesi e Han Shengli non aveva ancora visto un centesimo. Se uno non restituisce i soldi, i casi sono due: o non ce li ha, o non vuole tirarli fuori. Liu Yuejin diceva di non averli, Han Shengli era convinto che non volesse tirarli fuori. Dopo discussioni e imbarazzi, alla fine Han Shengli aveva concluso, scuotendo la testa: «Una volta che ti comporti bene, anche gli amici diventano nemici».

E di fatto ormai erano nemici. All’inizio Han Shengli andava con la faccia lunga a batter cassa una volta alla settimana, adesso si presentava tutte le sere. Liu Yuejin, dal canto suo, aveva cambiato musica, non diceva che non glieli avrebbe dati e neanche di non averli: «I miei soldi chiedili a Ren Baoliang. Non mi ha ancora pagato lo stipendio, vuoi che vada a prenderli con la forza?».

Da Oggetti smarriti, di Liu Zhenyun

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Da Se non è amore vero allora è spazzatura, di Zhu Wen

L’hotel Jiangnan si trova in una vecchia e trafficata via nella parte meridionale della città. Xiao Ding ci è venuto già diverse volte, e sempre per vedere suo padre. A giudicare dai prezzi si tratta di un albergo di categoria medio-alta, adatto ai quadri del governo con una posizione sicura, di quelli che poi si fanno rimborsare le spese dallo Stato. La volta scorsa papà gli aveva detto che, visto che stava per andare in pensione, alla prossima occasione non avrebbe potuto permettersi di alloggiare in un albergo del genere. Anche se il tono era scherzoso, Xiao Ding aveva pensato che probabilmente a papà la questione stava parecchio a cuore. E ora ecco che una fabbrica produttrice di pezzi per motociclette sfrutta le sue vecchie amicizie e le energie senili di un quadro in pensione, cacciando fuori i soldi per invitare papà a guidare una delegazione in visita nel Sud. E così, per stavolta, papà può alloggiare al Jiangnan anche da pensionato, senza doversi preoccupare.

 Da Se non è amore vero allora è spazzatura, di Zhu Wen

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Da Memorie di un assassino, di Kim Young-ha

La madre di Ŭnhŭi è stata la mia ultima preda. Mentre stavo tornando a casa, dopo averla seppellita, la mia auto si è schiantata contro un albero e si è capovolta. La polizia ha attribuito la causa a un eccesso di velocità che mi ha fatto sbandare in curva. Sono stato operato due volte al cervello. All’inizio pensavo fosse l’effetto dei farmaci. Ero sdraiato sul letto dell’ospedale e mi sentivo infinitamente rilassato. Strano. Prima mi bastava sentire il chiacchiericcio degli altri perché mi saltassero i nervi. Il suono di persone che ordinavano da mangiare, di bambini che ridevano, di donne che spettegolavano. Odiavo tutto. E poi all’improvviso ho avvertito un senso di pace. Ho sempre pensato di avere un animo irrequieto. E invece mi sbagliavo. Come una persona che perde di colpo l’udito, sono stato costretto ad abituarmi a quel silenzio e a quella nuova tranquillità. Non so se per colpa dell’incidente o del bisturi del medico, ma dentro il mio cervello era successo certamente qualcosa.

Da Memorie di un assassino, di Kim Young-ha

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Da La Cina sono io, di Xiaolu Guo

Quello a cui Iona non riesce a dare un senso, però, è perché un poeta della Cina rivoluzionaria sia passato dal cuore di Pechino a un angolo tanto remoto del pianeta quanto la Nuova Zelanda. La libertà era così difficile da trovare? Torna alla pagina dei Poeti Oscuri e legge di come Gu Cheng si era coltivato da solo una foresta di bambù come barriera intorno alla sua casa sull’isola, di come aveva vissuto in semplicità con moglie e figlio senza quasi alcun contatto con il mondo esterno. Iona dà una scorsa all’articolo. Ci sono altri estratti di poesie, altri commenti analitici. Si sente stanca e ha gli occhi appannati. Salta all’ultimo paragrafo e ha uno shock: l’8 ottobre del 1993 Gu Cheng ha ucciso sua moglie e suo figlio con l’ascia che usava per tagliare la legna e poi si è impiccato. L’articolo lo dice in maniera cruda, non aggiunge dettagli né un movente. Nonostante le poche informazioni, Iona si forma delle immagini incredibilmente vivide. Vede l’ultimo giorno del poeta. Il rumore della barriera di bambù che scricchiola al vento. Forse l’aria era gelida. Conosce quella sensazione. La foschia azzurrina che sale dall’acqua per avvilupparti e rende lo spazio ghiacciato e desertico, il morso feroce del vento che ti azzanna la pelle.

Da La Cina sono io, di Xiaolu Guo

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Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

Quando mi svegliai, scoprii che lo scompartimento era vuoto. La stazione in cui ci trovavamo era strana, diversa da qualsiasi altra stazione avessi visto. Da un lato non c’erano i cartelli nei soliti posti a indicarne il nome. Dall’altro la struttura era differente. L’interno dell’edifi cio era costituito da una serie di enormi archi, che gli davano l’aspetto di una moschea. L’illuminazione era verdognola. Quando uscii, scoprii che tutto l’edifi cio era costruito a forma di fi ore di loto. Allora mi venne un dubbio: era davvero come lo vedevo io, oppure tutto ciò era dovuto all’eroina? Mi stropicciai gli occhi.
Quando l’effetto della droga svanì, cominciai ad avere una vaga idea di ciò che era successo. No, non stavo sognando; l’apparenza non era diversa dalla realtà. Ero involontariamente salito su un treno per il Bangladesh, al confi ne non me n’ero accorto solo perché ero strafatto e rintanato nel bagno. La città in cui mi aveva scaricato la sorte era Dhaka, liberata dal dominio pachistano poco meno di dieci anni prima. Sembrava la fantasticheria di un bambino, quella che ci porta a sospendere volontariamente l’incredulità. Ma una cosa rimase un mistero: come ero salito su un treno a scartamento superiore al normale a Sealdah e uscito fuori da uno a scartamento ridotto a Dhaka. Ancora oggi non so come sia successo. Feci una lunga passeggiata per i vicoli e le viuzze della terra appena scoperta. Percorrevo zone che più tardi avrei conosciuto come Dhanmondi, Motijhul, Jiktuli e Sultan Road, girovagando senza meta. Mi resi conto che ero diventato all’improvviso un immigrato illegale senza documenti in un Paese straniero. Potevo anche fi nire in prigione se mi avessero preso. Questo mi preoccupò. Non riuscivo a sopportare il pensiero della prigione dopo così tanta libertà. Ma era altrettanto poco probabile che potessi tornare in India nel modo in cui ero arrivato.

Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

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Da Il mio ragazzo, di R. Raj Rao

Stando a quanto diceva il display, il prossimo treno arrivava solo ad Andheri. Un dubbio traversò la mente di Yudi e del ragazzo, nello stesso momento. Avrebbero viaggiato insieme, oppure Yudi sarebbe andato al binario tre per prendere un rapido per Virar? Dopo un attimo decisero che avrebbero preso insieme il locale, a Lower Parel si sarebbero salutati e Yudi avrebbe cambiato treno.
Arrivarono in fondo al binario. Un gruppo di koti gironzolava fuori dal bagno degli uomini. Arrossirono e ridacchiarono quando videro Yudi con il ragazzo, che aveva preso per mano proprio per farli ingelosire.
«Questo è un altro posto famoso per cuccare», lo informò Yudi. «Lo so», fu la risposta.
Yudi si chiese quanto sapesse.
Le checche cercarono d’incrociare lo sguardo di Yudi. Ma lasciarono perdere quando si resero conto che col partner faceva sul serio.
Quando arrivò il treno, i due salirono nel vagone di testa. Yudi sapeva che quella, canonicamente, era la carrozza gay. Comunque la zona-inciucio era limitata agli spazi di passaggio tra le entrate e le uscite dagli scompartimenti. Ma perché la gente ci provasse, il treno doveva essere bello pieno. E a Marine Lines i treni non erano mai strapieni, nemmeno all’ora di punta. E difatti, anche in quel momento, c’erano tanti posti liberi. Yudi seguì il ragazzo e gli si sedette accanto.

Da Il mio ragazzo, di R. Raj Rao

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Da Malesia Blues, di Brian Gomez

«Terry», disse Pak Jam, chiamandolo mentre stavano uscendo. Sventolò un assegno.
«Cominciate ad andare. Ci vediamo fuori», disse Terry.
«Ascoltami», iniziò a dire Pak Jam, mentre gli dava l’assegno. «Se cambi idea, c’è sempre posto per te su questo palco, d’accordo?»
«Grazie, Pak Jam».
«Il mio numero ce l’hai, vero?»
«Sì».
«Senti, Terry, lo so che non sono affari miei, ma a volte la cosa giusta da fare è la più difficile».
Ci volle qualche istante perché Terry capisse che Pak Jam stava parlando del suo matrimonio con Linda. Pensò che sapesse troppo di frasetta da bigliettino dei biscotti della fortuna per prenderla sul serio, anche se era vera.
«Immagino di sì, lah», disse lui, con un sospiro. Si strinsero la mano e Terry uscì, abbandonando l’unica vita che avesse mai conosciuto.

Da Malesia Blues, di Brian Gomez

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Da Svegliami alle nove domattina, di A Yi

Al suo arrivo ad Aiwan, Xu Yousheng sarebbe venuto a conoscenza di maggiori dettagli sul conto di lei, Jin Yan.
Le capitava spesso di rimanere a fissare il cielo azzurro, sconfinato, remoto, limpido, addirittura troppo limpido, pacifico, e che tuttavia sembrava preannunciare qualche sussulto fuori del comune (come se da un momento all’altro potesse balzarne fuori uno squalo). Rare nubi bianche fluttuavano pigre. Cavalli che chissà, forse coprivano ogni cosa fino in Mongolia, fino ai picchi delle montagne, e le cui code ora sventolavano, ora si abbassavano di nuovo. Il loro contegno, il loro distacco dal mondo circostante la lasciavano di stucco. Ovunque, al suolo, regnava un puzzo di sbobba per maiali e di alcol: un puzzo vomitevole, nauseabondo, ripugnante, che riportava alla mente i bagordi consumati nel villaggio la notte prima.

 Da Svegliami alle nove domattina, di A Yi

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Da Ho il diritto di distruggermi, di Kim Young-ha

«Allora, in quale zona di Suwŏn siete diretti?»
«Mi porti a P’ajang-dong».
«Lei dove va, invece?»
«Uscita sud».
«Mi scusi, ma deve dirmi la destinazione precisa».
«Mi lasci pure all’uscita».
La puzza di alcol impregnava l’interno del taxi. Il tutto era accompagnato dal forte brusio del riscaldamento acceso al massimo per contrastare i dieci gradi sotto zero dell’esterno. Nell’abitacolo, dove vampate di calore secco e denso si mescolavano al fiato dei passeggeri, il tasso di umidità era ancora tollerabile. Dopo aver inalato una bella boccata d’aria, K tirò la cintura e se l’allacciò. Ora che le era legato, K si sentì più in sintonia con la sua Stella TX 94. Con la marcia in folle, premette leggermente l’acceleratore e il motore girò a vuoto, producendo morbide scosse che si trasmisero a tutto il suo corpo. Il tachimetro raggiunse con disinvoltura i quattromila giri al minuto. Dopo aver lanciato un’occhiata allo specchietto retrovisore sulla sinistra, K ruotò il volante, inserì la prima e partì. Lo scatto improvviso della macchina fece sobbalzare i passeggeri che, risvegliati da uno stato di catalessi, si guardarono intorno.

Da Ho il diritto di distruggermi, di Kim Young-ha

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