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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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    • I nove continenti segnalato da PDE
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    • Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham
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Tutti i post su citazioni

Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

«Non so cantare», mente Ling, anche se in realtà ha una voce cristallina e intonata.
«Ma certo che sì», risponde la donna, imperturbabile.
«In un….».
«Lounge bar. A Singapore».
«A Singapore?» ripete Ling, sbalordita. Non è mai uscita dalla Cina. È stata una volta a Pechino e a Macao e due a Shanghai. È come se la donna le avesse offerto di volare fin sulla luna.
«Ti pagherò. Molto più di quanto guadagni adesso, questo è certo. Che lavoro fai?»
«Assistente di laboratorio».
«Con il tuo aspetto… in un laboratorio sei sprecata».
«È un buon posto».
«Ma non ti basta».
«E lei come lo sa?»
«Conosco le ragazze come te».
«Ah sì?»
«Tu vuoi di più».
«Non sono uno stereotipo».
La signora Fung la guarda per un istante. «Mai detto che lo fossi».

Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

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Da I nove continenti, di Xiaolu Guo

«Come?» ha urlato la mia povera madre. «Hai appena partorito?»
«Sì. È mezza cinese e mezza occidentale».
«Santo cielo! Eri incinta?»
Dopo qualche secondo di silenzio da parte sua, ho pensato che, se non altro, forse avrebbe chiesto quale fosse il nome della bambina, e invece ha detto: «Pensi di tornare per la festa del Qingming?».
Qingming è un giorno di aprile in cui rendiamo omaggio ai defunti. Puliamo le loro tombe, bruciamo incenso e preghiamo. Io non rispondevo, stavo solo a sentire i suoi singhiozzi arrabbiati attraverso il telefono.
«Dovresti tornare! Non sai neanche dov’è sepolto tuo padre! Voglio spostare le ceneri di tua nonna dal villaggio e metterle vicino a tuo padre. La tua presenza sarebbe opportuna».
Stavolta, ho pensato, non ho scuse da opporre. Nessuna. Potrei andare a chiudere definitivamente i conti in sospeso. Sono solo dodici ore di volo, posso farcela. Durante tutta la mia vita adulta ho evitato il più possibile di tornare nella mia casa d’infanzia. Shitang, il paesino di pescatori nel quale sono stata testimone della povertà e della depressione dei miei nonni, è un luogo che ho finito per detestare. Wenling, dove ho trascorso l’adolescenza, culla dei miei rapporti travagliati con le autorità, mi ripugnava. Quando nel 1993 me ne sono andata per studiare a Pechino, ho promesso a me stessa: è finita, in questo buco soffocante non ci torno più. Dieci anni dopo, quando ho lasciato la Cina per l’Inghilterra, mi sono detta: d’ora in poi, basta lavaggi del cervello ideologici. Non mi lascerò intralciare dalle mie putride radici contadine. Ora però è giunto il momento di affrontare il passato.

 Da I nove continenti, di Xiaolu Guo

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Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

Ricordo che a un certo punto, non so perché, lei si era voltata per andarsene, forse infastidita dalla mia insistenza. Allungai il braccio, come per trattenerla, benché ci separassero decine di metri, e oh! scivolai giù.

Ho dimenticato la sensazione della caduta libera. Il tempo di un respiro e piombai sui materassini, tra urla e schiamazzi, ma con il buio dell’impatto negli occhi. Finii tra due materassini, quindi sulle cartelle, poi mi beccai l’angolo di un libro sul pisello, un male! Era uno zaino giallo dei Cavalieri dello Zodiaco, con il mio idolo, Phoenix! Sopportando il dolore, tirai fuori il libro che mi aveva colpito, era un sussidiario di una classe superiore che rinfilai nello zaino, calcandolo dentro, mentre Phoenix mi fissava, dico davvero: ci parlavamo con gli occhi. Dopo di che le voci intorno si fecero vaghe e provai un senso di costrizione al petto e allo stomaco. Gli insegnanti corsero da me, battuti sul tempo dal maestro Liu e dalla coordinatrice, che mi presero tra le braccia chiedendo, concitati: «Cosa stai dicendo? Parla più forte. Cosa hai detto? Parla più forte, parla più forte».
Esaurii le forze che mi restavano in corpo per pronunciare una parola; l’avevo detta perché arrivasse alla bambina, era la voce del mio profondo. Nella mia testa c’era solo lei. Era la prima volta che provavo l’estasi dell’amore e grazie a quella ragazzina avevo annientato il dolore fisico. Esanime, mormorai più volte quella parola, aggrappato al colletto della coordinatrice: «Phoenix».

Mi risvegliai nell’ambulatorio, accanto a una copia di «L’eco locale», il quotidiano del Centro culturale della nostra città che in quarta pagina aveva un titolo sensazionale: «Alunno delle elementari di Tingxinxiang si arrampica sull’asta della bandiera. L’intero istituto accorre in suo aiuto».

Da Verso Nord. unonoveottootto, di Han Han

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Da L’impero delle luci, di Kim Young-ha

Chiusa in bagno, Chang Mari sentì la voglia improvvisa di ridurre in brandelli il suo gesso e di strapparsi a unghiate la carne del braccio fino a farlo sanguinare. Un attimo dopo però si convinse che quel tipo di comportamento non si confaceva a una donna adulta come lei, e quindi desistette dal suo intento. Si spruzzò sull’abito un po’ di deodorante e l’odore di mentolo si mischiò a quello di ammoniaca. Aprì la finestra. Il davanzale era cosparso di cenere caduta dalle sigarette consumate da alcune dipendenti: apparentemente erano in tre a fumare in quel bagno, tre impiegate di tre aziende diverse che si incontravano lì a spettegolare tra un tiro e l’altro, come vecchie comari.
Si lavò le mani con il sapone e tornò a sedersi alla scrivania. Il capo era scomparso dalla circolazione. Incapace di fare alcun pronostico su quella giornata, si limitò ad augurarsi di riuscire almeno a vendere un’auto al cliente che avrebbe dovuto incontrare di lì a poco. Diede uno sguardo al suo taccuino per verificare se le sfuggiva qualche altro impegno e, scorrendo gli appunti sul calendario, le tornò in mente che due giorni dopo sarebbe ricorso l’anniversario della morte del padre. Provò un leggero senso di colpa nell’accorgersi di essersi dimenticata di quella data a soli due anni dal funerale.

Da L’impero delle luci, di Kim Young-ha

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Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Perché toccava a lei cucinare la domenica? Si era infuriata e avevano litigato. Alla fine, lui si era buttato la giacca sulle spalle ed era uscito in fretta, chissà dove era andato, e non era tornato fino all’alba. Sapeva che non gli andava per niente a genio che lei studiasse pittura, ma in realtà ciò che proprio non sopportava era che avesse contatti con altri uomini. Già non era contento che passasse una sera alla settimana a casa del maestro per la lezione, e il giorno prima, vedendola tornare a casa tardi, si era insospettito subito. Per fortuna lavorava, faceva la commessa nella cartoleria vicina, e tutto il materiale per la pittura lo comprava con i suoi soldi, così lui non poteva proibirle di continuare a studiare. Ora poi che andava a dipingere anche la domenica mattina lui era, se possibile, ancora più scontento, e aveva cercato una scusa per litigare.

Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

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Da Lancio a effetto, di Omar Shahid Hamid

Di notte, il deserto può far paura. Il buio cala in un attimo sul paesaggio spoglio. La notte porta con sé un gelo che penetra fin nelle ossa. Ma la cosa più snervante è il silenzio. Il minimo rumore si amplifica a dismisura riecheggiando negli immensi spazi vuoti. Il latrato di uno sciacallo solitario risuona come una minaccia. La sparuta vegetazione proietta ombre sinistre mentre il vento, sibilando, solleva manciate di polvere che danzano eteree alla luce della luna. In un posto del genere, la mente inizia a giocare tiri mancini ai sensi. Ogni sagoma, ombra o rumore veicola una sensazione intrinseca di paura.
Ciò era vero in special modo per il gruppetto di poliziotti riuniti intorno al fuoco in un angolo particolarmente desolato del deserto di Nara. Avevano allestito il loro piccolo accampamento tra due costruzioni a un solo piano in mezzo al nulla. Per trovare la traccia di civiltà più vicina bisognava varcare il confine con l’India, a due chilometri di distanza. Anche le costruzioni erano fatiscenti, porte, finestre e infissi vari asportati da lungo tempo. Solo in una stanza, nel più grande dei due edifici, spiccava una nuova serie di lustre sbarre d’acciaio alla finestra. La strada che portava all’accampamento era poco più di un sentiero sterrato. All’ingresso c’era una vecchia insegna, che ormai penzolava dai cardini: identificava quel complesso come La Scuola di Zootecnica del Dipartimento forestale.

 Da Lancio a effetto, di Omar Shahid Hamid

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Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

Non riuscivo a capire. La persona agitò le mani alzate verso di noi. Quando la figura che guadava fu più vicina, Ismet esclamò: «Ya Tuhan. Vedi anche tu quello che vedo io?».
Era Nain, la matta delle sanguisughe. Riconoscemmo i suoi capelli bianchi arruffati che si tagliava di tanto in tanto con un falcetto. Da lontano era solo una sagoma scura. Quando si avvicinò ci accorgemmo che sembrava nera perché era cosparsa di sanguisughe che si contorcevano. Mi chiesi se fosse nuda sotto quell’involucro di sanguisughe che le ricoprivano il volto, il corpo e le braccia. Le strisciavano sotto le ascelle e si appendevano ai capezzoli, ai lobi delle orecchie e alle palpebre. Chiudeva e riapriva con forza gli occhi per tenerle lontane, ma una si era già attaccata al margine del bulbo oculare. Teneva le braccia alzate, piene di creature, per farle stare fuori dall’acqua.
Ismet disse: «Ya Allah, Kak Nain. Cosa le è successo?».
La donna rispose: «Dovevo salvarle. Le mie ba…». Alcune sanguisughe le strisciarono in bocca (quando la aprì per dire “a”) e lei cercò di sputarle fuori. «Le mie bambine». La lingua si muoveva nella bocca come se stesse cercando di togliere un pezzo di cibo rimasto incastrato tra i molari.

Da La somma delle nostre follie, di Shih-Li Kow

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Da Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

Domenica 24 ottobre 1999, di mattina, Borilal realizzò che aveva dinanzi a sé tre possibilità. Poteva andare a vedere un film al cinema, poteva andare a trovare sua sorella a casa dei suoceri, a Belghoria, oppure, per esercitare la consapevolezza di sé, poteva andare al campo crematorio di Keoratola a studiare le debolezze dell’essere umano. Per qualche misterioso motivo, Borilal fu attratto verso l’opzione Keoratola. E si lasciò condurre da quell’attrazione.
Al campo crematorio di Keoratola non esistono tour guidati. A quanto risulta, nessuna agenzia di viaggi ha mai lanciato slogan pubblicitari del tipo «Venite ad assistere a una puja a Keoratola!», oppure «Andiamo con i nostri amici a fare un bel giro a Keoratola!». Borilal, però, aveva notato la presenza di una guida invisibile, che per prima cosa conduce in maniera decisa il visitatore verso la parte dove ci sono i forni elettrici, quelli che a seconda del peso e della dimensione del corpo aprono e chiudono e riaprono e richiudono il portello come una grande mandibola. A meno che non si rompano. Quando tutte le fornaci sono accese nello stesso momento, si presenta una di quelle scene sovrannaturali che in pochi possono dire di aver visto. D’altra parte di morti non c’è mai penuria. A volte si crea una coda talmente lunga che a Keoratola si registra il tutto esaurito, e allora i morti devono andare a Shiriti o a Goria per liberarsi dal proprio corpo. I visitatori di solito si fermano a vedere i forni elettrici e, soddisfatti della loro esperienza al campo crematorio, dove hanno meditato sulla vacuità dell’esistenza umana, si dirigono a passo svelto verso le bancarelle di cibarie e snack. Una volta i morti venivano bruciati a legna sulle pire funebri. Anche il forno elettrico è desueto. Ormai in tutte le case si è fatto spazio per un piccolo forno a microonde, una versione in miniatura della suddetta fornace. Questo tipo di forno ovviamente non produce ceneri, però ha le opzioni grill, bake, tandoori eccetera. E di solito queste opzioni non vengono applicate al corpo umano.

Gli ammutinati di CalcuttaNabarun Bhattacharya

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Da Pavana per una principessa defunta, di Park Min-gyu

Fra gli alberi allineati comparve l’insegna luminosa del Santorini. Una luce solitaria e desolata, simile a una galassia sul punto di spegnersi.
«Pensavo che non sarebbe venuto», disse lei con la voce fioca e la testa china come un pupazzo di neve sul punto di essere deformato dal peso dei fiocchi.
Una stranezza di quel momento.
«Mi sei mancata tanto».
Quelle parole risuonarono nel mio cuore come un’allucinazione uditiva. Non le pronunciai ad alta voce. Mi limitai a rallentare per qualche istante il passo per spazzar via delicatamente la neve dai suoi capelli e dalla sua sciarpa. Nonostante la sua timidezza, lei mi imitò. Ci guardammo, come due pupazzi di neve che, posti uno di fronte all’altro, cercano di tranquillizzarsi. Senza dire una parola, l’abbracciai. Tutto ciò, seppur irragionevole, era alquanto prevedibile. Restammo così sotto la neve, sebbene lei fosse gelida come una principessa defunta. Una banderuola a forma di gallo posta sulla cima di un palo di ferro cigolò ruotando verso di noi. Su uno steccato dalla pittura scrostata era appesa una decorazione a tema natalizio le cui lampadine si accendevano a intermittenza come lucciole, sostituendo il cartello chiusura provvisoria affisso lì un mese prima. E quelle lucciole scintillanti furono per noi una benedizione.

 Da Pavana per una principessa defunta, di Park Min-gyu

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Da dollari la mia passione, di Zhu Wen

Questo è il prologo della storia, che però andando avanti si fa piuttosto triste. Xiao Ai in realtà è una passeggiatrice, sì, insomma, una che per guadagnarsi da vivere va a letto con chiunque. Tutte le settimane va a farsi fare un ritratto da Xiao Lin, che con quel che lei gli dà riesce a campare e a comprare qualche colore. Ogni volta che lui finisce i soldi, lei riappare. Va da sé che Xiao Lin, studiandola nel dettaglio tutte le settimane per farle il ritratto, se ne innamora perdutamente. Ma lei rifiuta ogni proposta meno che casta del pittore, che pur soffrendo può però continuare a dipingere. Superato così il periodo più difficile, Xiao Lin, che finalmente ha cominciato a vendere qualche quadro e a farsi un nome, decide di trasferirsi altrove per tentare di far carriera. Va in cerca di Xiao Ai per dirglielo e, penso io, per portarsela a letto, tanto per mettere una qualche etichetta al loro rapporto. Ma evidentemente il destino gli è avverso, e non la trova. Allora incolla sulla sua bancarella una lettera aperta per lei, nella quale le dichiara il suo amore, la supplica di non sfuggirgli e le lascia il nuovo recapito. Lontano dalla città, Xiao Lin vive sempre nell’attesa di una lettera da Xiao Ai, che però non arriva. Continua la sua carriera artistica ispirato dalla struggente nostalgia di quest’amore finché diventa un pittore famosissimo. Il finale è scontato come inevitabilmente succede in questo genere di storie: ottenuti fama e successo, Xiao Lin torna nella città d’origine dove s’imbatte per caso in Xiao Ai, prostituta ormai sfiorita e disertata dai clienti.

Da Dollari la mia passione, di Zhu Wen

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banterpa@mailxu.com