Tutti i post su Singapore

Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

«È stato fantastico», dice con voce lenta, impastata di sonno. «Sei stata grandiosa».
Alle sei del mattino, nudo, il suo corpo mostra la sua età, con qualche rotolo intorno alla vita. Gli occhi sono cerchiati di nero. Q prende i pantaloni, estrae il portafoglio e tira fuori un rotolo di banconote.
«Quanto ti devo… Fa niente, prendili tutti».
Ling guarda la sua mano tesa, incredula. «Non voglio i tuoi soldi».
Q resta incredulo a sua volta. «È perché no, che diavolo?»
Lei gli volta le spalle e si avvia verso la porta. Dietro di sé lo sente esclamare: «Ma che c…? Non mi pianti in asso così….». Salta giù dal letto, con il lenzuolo intorno ai fianchi, e la segue in corridoio, urlando: «Non sono alla tua altezza?».
Le scaglia dietro le banconote e richiude la porta, sbattendola.
Ling appoggia la fronte alla parete del corridoio, e ride: Dai, dice alla vocina censoria che ha nella testa, devi ammettere che in un certo senso è divertente. Una cameriera di mezza età la supera spingendo un carrello e le rivolge uno sguardo sospettoso. Ling torna seria; tanto per cominciare, gli incipienti postumi della sbronza fanno sì che ogni risata le provochi ondate di mal di testa tipo tsunami. La cameriera, nascosta dagli spazzoloni, non ha visto il denaro sparpagliato per terra. Ling guarda le banconote e pensa: Perché no? Tanto le troverà qualcun altro e le raccoglierà, esultando per tanta fortuna. Quell’idea le arriva mista a una punta di disprezzo per se stessa, e per Q. Chiude gli occhi, fa un bel respiro. Intasca i soldi.

Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

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Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Il maestro gli disse che quel giorno avevano in programma disegno di nudo dal vero, e che avrebbe dovuto spogliarsi. Il ragazzo notò che nell’atelier c’erano anche due donne sui vent’anni – una forse anche più giovane – che lo stavano guardando.
«A-Gui mi ha detto che dovevo togliermi solo i pantaloni», balbettò Jizong, ma si accorse che l’amico era già sparito. Si guardò intorno, confuso. Il maestro percorse con lo sguardo l’intero atelier, e sorridendo disse a Jizong: «Credo che A-Gui sia andato via. In fondo che problema c’è a togliersi i vestiti? Siamo adulti, non siamo forse fatti tutti allo stesso modo? Vedrai che ti abituerai subito, prova!». Jizong non rispose, non sapeva come fare a spogliarsi davanti a quella gente. Dove si era cacciato A-Gui? Se l’era svignata. Si sentiva solo e abbandonato e in cuor suo era infuriato con l’amico. Il maestro gli spiegò che quel giorno avrebbero dipinto per tre ore: ogni quarto d’ora avrebbero fatto una pausa di cinque minuti. Poi lo invitò ad andare dietro il paravento a spogliarsi.
Jizong si tolse la maglietta e uscì dal paravento a torso nudo.
«Ti puoi togliere i pantaloni?», gli chiese gentilmente il maestro; Jizong tornò dietro il paravento, se li sfilò e comparì in mutande. A disagio, teneva le braccia tese a coprire le parti basse e in attesa di istruzioni sbirciava timidamente il maestro; non osava guardare gli altri. Il maestro gli disse di mettersi di schiena, faccia al muro, di divaricare le gambe, alzare le braccia e appoggiarle alla parete: «Così, non muoverti!».

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Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

Qualche sera dopo, durante le sue peregrinazioni per la città, si ritrova davanti al Golden Palace Hotel, a osservare un corteo di auto di lusso superare il cancello d’ingresso. Sta per girarsi e andarsene, quando un uomo che ha appena affidato la sua coupè nera al parcheggiatore incrocia il suo sguardo e dopo un brevissimo attimo di esitazione, le si avvicina. La invita a bere qualcosa al bar dell’albergo.
Lei risponde: «Non sono vestita nel modo giusto». Indossa le solite cose che mette dopo il lavoro: jeans e un giubbotto di pelle nera liso e da pochi soldi.
Lui si mette a ridere e le dice che sta benissimo. Lei lo osserva, valutandolo. Deve aver passato i quaranta, che a lei sembrano tantissimi, ma è alto e in forma per la sua età, e tutto il suo aspetto parla di un uomo a suo agio con il denaro e se stesso, una cosa che a Mister Stufato mancava clamorosamente. Non c’è niente che la aspetta, a parte il suo minuscolo appartamento in affitto, il signor He e Celestino. Ling pensa all’acqua che sale verso il ghiaccio, che cerca le crepe, sgocciola e filtra senza sosta fino a diventare un torrente, mentre il ghiaccio si spezza e sprofonda in mare. La voce di Jiang nelle orecchie: Brutta troia. La rabbia che era rimasta lontana per giorni ora la stringe nelle sue grinfie. Accetta.

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Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Il maestro si mise davanti al cavalletto di un’altra allieva, Ningfang, e iniziò a parlare con lei. Mentre chiacchierava con lui, Ningfang lanciò distrattamente un’occhiata verso Sixian che dipingeva nell’altro angolo, e si accorse che la stava fissando imbambolato. Incrociò il suo sguardo e lo ricambiò con un sorriso caloroso. A cosa stava pensando Sixian?
Nell’atelier c’erano sette persone: oltre a Jianxiong, al maestro e ai suoi tre allievi Sulan, Ningfang e Sixian, c’erano Zhang Wenzhong e un giovane che lo accompagnava. Si diceva che fosse un poeta appassionato anche di pittura, il quale faceva spesso copie a matita delle fotografie di scrittori uscite su libri e riviste e le pubblicava poi sui quotidiani. Aveva un atteggiamento un po’ arrogante, era la prima volta che faceva un ritratto dal vero e si aspettava di vedere una donna nuda; invece gli era toccato un ragazzetto ed era un po’ deluso. Ritrarre dal vero e copiare una fotografia però sono due cose ben diverse: il giovane poeta non aveva esperienza, dipingeva con grande energia continuando a correggere i contorni della figura ma, per quanto facesse, le proporzioni continuavano a essere sbagliate, la parte superiore continuava a essere troppo lunga e quella inferiore troppo corta. Il maestro, guardando il suo disegno, gli diede dei suggerimenti, ma il giovane si irritò: «Un dipinto non deve per forza essere somigliante. Se dipingere significasse copiare pedestremente la realtà, tanto varrebbe limitarsi a fotografare». Il maestro si accorse che il giovane era seccato e non disse più nulla.

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Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

Prima di arrivare in questa città, non sapeva bene cosa aspettarsi. Forse nutriva una speranza ingenua che la città le cadesse ai piedi, spalancandosi come uno scrigno di gioielli e lasciando rotolare fuori tutti i suoi tesori, mentre resta ostinatamente e impenetrabilmente chiusa di fronte a lei. Le lunghe ore in laboratorio le lasciano poche occasioni per socializzare; la cosa più simile a un amico che abbia è il signor He.
Il suo anonimato in città è al tempo stesso liberatorio e demoralizzante. Alla sera, dopo il lavoro, ha preso l’abitudine di girare per la città, guardare le vetrine, osservare le persone, contemplare la vita delle strade come se fosse un suo diorama privato. La città non è una delle grandi metropoli, non ancora, almeno; è una arrivista sfacciata, che abbatte e ricostruisce tutto quanto c’è in vista, freneticamente, l’aria stessa elettrizzata e carica di promesse sfuggenti, come doveva essere stata New York agli albori del ventesimo secolo, una città pulsante avviata verso un’ambizione di grandezza. In città, Ling coglie qualche ombra, qualche indizio di una vita che per lei rasenta la fantasia, tanto è distante dal mondo in cui abita. Intorno alla circonvallazione principale della città c’è un agglomerato di alberghi a cinque stelle. La sera un flusso ininterrotto di auto di lusso scarica uomini in completi su misura e donne che indossano abiti luccicanti con varie gradazioni di trasparenze. Lei osserva soprattutto le donne, il modo in cui emergono dai veicoli, un tacco a spillo alla volta, sondando esitanti il terreno prima di allontanarsi volteggiando in una nuvola di seta o jacquard e di un profumo così intenso da permetterle di sentirlo anche a quella distanza. Le guarda e pensa: Potrei essere io, quella.

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Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

Il maestro gli disse che quel giorno avevano in programma disegno di nudo dal vero, e che avrebbe dovuto spogliarsi. Il ragazzo notò che nell’atelier c’erano anche due donne sui vent’anni – una forse anche più giovane – che lo stavano guardando.
«A-Gui mi ha detto che dovevo togliermi solo i pantaloni», balbettò Jizong, ma si accorse che l’amico era già sparito. Si guardò intorno, confuso. Il maestro percorse con lo sguardo l’intero atelier, e sorridendo disse a Jizong: «Credo che A-Gui sia andato via. In fondo che problema c’è a togliersi i vestiti? Siamo adulti, non siamo forse fatti tutti allo stesso modo? Vedrai che ti abituerai subito, prova!». Jizong non rispose, non sapeva come fare a spogliarsi davanti a quella gente. Dove si era cacciato A-Gui? Se l’era svignata. Si sentiva solo e abbandonato e in cuor suo era infuriato con l’amico. Il maestro gli spiegò che quel giorno avrebbero dipinto per tre ore: ogni quarto d’ora avrebbero fatto una pausa di cinque minuti. Poi lo invitò ad andare dietro il paravento a spogliarsi.
Jizong si tolse la maglietta e uscì dal paravento a torso nudo.
«Ti puoi togliere i pantaloni?», gli chiese gentilmente il maestro; Jizong tornò dietro il paravento, se li sfilò e comparì in mutande. A disagio, teneva le braccia tese a coprire le parti basse e in attesa di istruzioni sbirciava timidamente il maestro; non osava guardare gli altri. Il maestro gli disse di mettersi di schiena, faccia al muro, di divaricare le gambe, alzare le braccia e appoggiarle alla parete: «Così, non muoverti!».
Dopo un po’ Jizong sentì il pittore che gli diceva: «Puoi toglierti anche le mutande?».

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Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

Si sentono stridere i freni. Insieme al resto dei passeggeri, Ling viene scaraventata in avanti e piomba su una donna tracagnotta che puzza di cipolle. L’autobus si è scontrato con una monovolume. I due autisti saltano giù dal proprio mezzo per affrontarsi in mezzo all’incrocio; intorno a loro, il traffico si blocca in un perfetto ingorgo cittadino. Dall’altro capo della via, un poliziotto corre verso l’origine di quel trambusto, soffiando come un matto nel fischietto. I passeggeri dell’autobus sciamano fuori dal mezzo.
Per un po’ non ne arriverà un altro. Se cammina molto svelta, calcola Ling, potrebbe arrivare al laboratorio in un quarto d’ora. Si avvia, quasi correndo, poi si blocca. Sopra di lei, un’insegna dice «Negozio di animali»; dev’esserci passata davanti ogni giorno con l’autobus, andando al lavoro, senza mai notarla. Dà un’occhiata all’orologio, ma l’attrazione della casualità è troppo forte. Entra nel negozio dall’interno poco allettante.
Qualche minuto dopo, esce con una gabbietta che contiene un pappagallo, identico, a parte il colore, a Rossino. Non osa immaginare cosa dirà il capo del laboratorio quando la vedrà finalmente arrivare al lavoro tutta allegra, facendo dondolare Celestino, perciò non ci prova nemmeno. Liberato dal confino del negozio di animali, Celestino guarda le strade della città con gli occhietti lucidi e gracchia cose incomprensibili. Celestino, le ha garantito il proprietario del negozio, ha fatto tutto il viaggio fin lì dall’Africa, e ha citato un paese che lei non ha mai sentito nominare.

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Claire Tham e Kim Young-ha sul blog di Lorenzo Mazzoni

Nel suo blog ospitato all’interno del sito de Il Fatto Quotidiano, Lorenzo Mazzoni ha parlato di Claire Tham, autrice di La ragazza del karaoke, e di Kim Young-ha, autore di Memorie di un assassino, nonché di Ho il diritto di distruggermi e L’impero delle luci. Nel post ci si sofferma in particolare sulla trama e la struttura dei due romanzi.

La ragazza del karaoke, di Claire Tham (traduzione di Giovanni Garbellini), forse il romanzo più bello che abbia letto nei primi mesi di quest’anno, narra del ritrovamento del corpo di una ragazza cinese, Ling, annegata in una piscina di un complesso residenziale all’Intlet, zona esclusiva per super ricchi di Singapore. Le accuse cadono su Jasper Gan, rampollo ribelle, nipote di Willy, immobiliarista senza scrupoli. Ma non tutto è come sembra e attraverso una trama avvincente, che mette in campo un’indimenticabile affresco di personaggi, l’autrice conclude il romanzo in modo inaspettato.


Memorie di un assassino, di Kim Young-ha (traduzione di Andrea De Benedittis), è un romanzo breve con un intreccio originale, capace di sorprendere il lettore fino alla fine. Cupa, opprimente,metafora della realtà coreana, la scrittura di Kim Young-ha (di cui mi sono già occupato in passato), ci porta a seguire le gesta del vecchioKim Pyongsu, un tempo spietatoseriar killer che a seguito di un’operazione al cervello, conseguenza di un incidente di macchina, è costretto a smettere di uccidere.

(continua a leggere sul blog di Lorenzo Mazzoni)


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Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

A quell’ora si incontravano lì anche Sixian e Ningfang; mangiavano un piatto di spaghetti di riso saltati o qualche focaccina indiana, bevevano una tazza di caffè e poi facevano una passeggiata fino all’atelier. In quel momento erano seduti uno davanti all’altra a un tavolino all’aperto e mangiavano in silenzio la colazione che avevano di fronte. Intorno c’era un gran fermento, come una pentola di zuppa che bolle sul fuoco, loro invece erano silenziosi come i protagonisti di un film muto, non sembravano far rumore neppure le loro bocche che masticavano.
Di solito non era così. Anche se si vedevano almeno due volte alla settimana avevano sempre molte cose da dirsi, ma poiché la sera prima avevano fatto una brutta litigata, quel giorno si comportavano come estranei. Sixian aveva addirittura temuto che quella mattina Ningfang non lo raggiungesse, invece era arrivata come al solito; però non avevano detto una parola, se non per ordinare la colazione al cameriere. I loro sguardi si incrociavano di rado per rivolgersi invece a un grande albero di casuarina intorno al quale giocava chiassoso un gruppo di bambini.

Da L’atelier, di Yeng Pway Ngon

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Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

Si erano conosciuti all’università, in una cittadina anonima, non tanto grande, ma che a Ling era sembrata incredibilmente estesa nei primi mesi di lontananza dal suo villaggio (popolazione: 1000 abitanti). Nella scuola rurale che aveva frequentato, in cui era stata tra i migliori, c’erano pochi concorrenti per il posto di cocca del preside e prima della classe. All’università – perfino in quel college funzionale e mediocre di cui si era accontentata perché le spese erano coperte da una borsa di studio e non era troppo lontana da casa – si era ritrovata a essere una dei tanti studenti altrettanto ambiziosi, venuti come lei dalla campagna. Per la prima volta nella sua vita, la sicurezza che l’aveva tenuta a galla fino a quel momento era venuta dolorosamente a mancare; poiché si sentiva depressa e instabile, il carattere solido e pacato di Jiang le era parso proprio quello che desiderava. La laurea aveva creato la prima vera separazione tra loro – Jiang era riuscito solo a trovare un posto in un laboratorio di ricerca di una provincia del sud, a un giorno di treno di distanza – e la separazione aveva causato un cambiamento di prospettiva.

Da La ragazza del karaoke, di Claire Tham

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ramsdell@mailxu.com