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Tutti i post su mercato editoriale

Yu Hua sulla censura

Lo scrittore Yu Hua parla della censura in Cina, e più in dettaglio delle differenze tra mercato editoriale, compresi i giornali, cinematografico e televisivo. Ricorda anche un suo intervento su Weibo nel quale proponeva ironicamente di scambiare i ruoli chi controlla i film con i più permissivi ispettori di igiene alimentare.

Via: @AhQjingshen

Dove si legge in India (e come)

La giornalista Nilanjana Roy cerca di delineare un quadro delle abitudini di lettura degli indiani. Si parte dalle metropolitane per poi parlare degli e-reader, con però le loro limitazioni geografiche per la disponibilità di alcuni titoli, e delle librerie fisiche e online. Si sottolinea poi la crescita di lettori di libri in lingue indiane.

CRONACHE DAL PAESE DI MEZZO: I strongly suggest you do not.

Vien da pensare al I would prefer not to di Bartleby, se non altro c’è un assonanza. È invece inquietante, vagamente minacciosa questa frase, I strongly suggest you do not , soprattutto se pronunciata a pochi giorni di distanza – poche ore in verità –da due diverse persone a Shanghai e a Pechino.

La seconda, in particolare, insiste per vedermi al più presto, appena sbarcato nella capitale. Come se avesse paura che senza il suo avvertimento io possa spingermi troppo in là, superare un limite. Lo avevo preannunciato via mail: vorrei delle introduzioni, vorrei replicare in Cina quel che ho messo in movimento a Singapore, a Delhi, a Kuala Lumpur: entrare in società con editori locali. A Pechino e Shanghai avevo da tempo dei contatti, qualche discussione era iniziata e si era poi arenata.

(continua…)

Impressioni sulla London Book Fair

Paper Republic fa un punto sulla recente London Book Fair, che ha avuto la Cina come paese ospite. Tra le riflessioni, l’idea che sia stata da un lato un’occasione sprecata, per la mancanza di un reale contatto con gli autori, dall’altro che la loro presenza non troppo spettacolarizzata abbia anche aiutato la diffusione della letteratura cinese a Londra.

Inoltre, il dato sulla vendita dei diritti è stato buono, con 1.859 aquisizioni, anche se non è possibile sapere nei dettagli di quali libri si tratti, quali generi e verso quali paesi.

Errare

L’editore errante incontra. E’ questo il bello del mestiere.

Oggi, in tour nel Sud Est asiatico, mi trovavo in una stanza spoglia, seduti in quattro attorno ai tavolini di ferro nel retro di una libreria indipendente di Kuala Lumpur: Silverfish Books, di Raman Krishnan, che oramai conosco da anni: ogni volta lo passo a trovare e lui ascolta paziente la mia storia, ma non abbiamo mai trovato il modo di collaborare. Raman ha costruito attorno alla sua libreria una piccola casa editrice che riesce a pubblicare ottima narrativa e saggistica in lingua inglese: mi dice che è il suo ‘progetto politico’ che è affermazione abbastanza inusuale da queste parti, anche se è forse solo una traduzione ambigua: politics, cosa davvero si intende? Ma è chiaro che per lui, di origine indiana, è il modo per coltivare una battaglia culturale contro l’imperare di un islam invadente anche se non oppressivo: e la lingua inglese lo situa in un ambito di autonomia intellettuale.

Oggi Raman faceva da chaperon a un incontro con due editor locali che mi presentavano il loro progetto: Linda Lingard e Dayaneetha Da Silva intendono lanciare una casa editrice che traduca dalle lingue locali del sud est asiatico: in inglese, ovviamente. Bel progetto, vuol dire dare aria a una narrativa che altrimenti resta confinata nel Sud Est. Ma quanto costa farlo? A chi la vendi? Linda e Dayan apparivano impreparate.

E quindi ecco apparecchiata una conversazione a largo raggio che spazia dalla narrativa bengali all’e-book, e queste persone mi erano estremamente simpatiche, Linda clumsy, cinese che va all’ingrasso, facilmente imbarazzabile, Raman come sempre un po’ in difesa dietro a frasi altisonanti (modello, struttura di costi) e a qualche affermazione messa giù solo per dimostrare una conoscenza enciclopedica dell’editoria asiatica, ma intelligente e appassionato, capace di scovare talenti che ora tenterà di imporre al mercato europeo, e vedremo.

E Dayan (più tardi mi ha accompagnato a prendere un taxi e mi ha detto: io sono stata invitata da Linda a questa riunione, sapevo grosso modo chi sei tu, ma non ho capito per niente il ruolo di Raman: io le ho risposto: se conosco bene Linda, ha sempre bisogno di farsi accompagnare da qualcuno che la rassicuri). Dayan, direi, è editor di origine indiana, qualche capello bianco come un aureola attorno al viso, anche lei bella larga di fianchi ma giovanile nello sguardo, vispa, acuta.

Ma che stavo a dire? Ah sì l’editore. In realtà quel che mi premeva qui ricordare è il primo incontro in assoluto, nel corso del mio errare (che humanum est, sì, ma l’etimo che mette insieme lo spostamento nello spazio e l’errore va indagato). Dalla lista di un gruppo di amici di Bombay, un nome e un numero di telefono: Meher Pestonji. A casa sua, la bella e cupa casa di Colaba, dentro a una stanzetta dove c’è il suo computer, e soprattutto il suo brandy. Lei versava, versava, parlava di ‘social work’ (io di microcredito) e di un paio di romanzi suoi (io dei ‘narrative non fiction’ miei). Di bicchiere in bicchiere io pensavo: bel mestiere, l’editore errante!

Al di là dei giochi e delle sbronze, nel corso del tempo che mi ha portato in quattro anni da una scrittrice a un gruppo di publishers, da Bombay a Kuala Lumpur, a me è restato in mano una sorta di album delle figurine. Quelli che incontro non solo sono artisti e operatori culturali di civiltà lontane nello spazio (anche se sempre più contigue a noi nelle forme). Sono purissimi esponenti di una middle class asiatica che sta oggi imponendosi al mondo: perché consuma, perché fa attività economica che cresce, perché distilla comportamenti e visioni del proprio mondo che a me piace confrontare con il mio. Un Altro, insomma. Ma un Altro non dissimile da me, di cui mi affascina questo ripartir da zero: cosa sono le metropoli asiatiche se non un mondo nostro, di ceto medio (piccola borghesia, si diceva una volta), consueto, eppure desueto perché loro alle spalle hanno poco, si vedono questo futuro nuovo di zecca davanti agli occhi e possono ancora ragionare su come strutturarlo, decidere cosa farci, lì dentro. Gli piace? Non gli piace? Cosa gli pare giusto e cosa sbagliato?

Due pensierini finali.

1. Mi pare si chiamasse Claudio Lolli il cantautore italiano che scrisse questi interessanti versetti: Vecchia piccola borghesia / per piccina che tu sia / non so dire se fai più rabbia / pena, schifo, o malinconia. Ecco: la piccola borghesia asiatica no, non fa né schifo né malinconia: anzi!

2. Dal Dizionario Italiano Ragionato G.D’Anna – Sintesi, Firenze 1988 (molto pre-twitter): errare v. intr. Nell’accez. orig. Andare senza una meta precisa. Vagare (…). Viaggiare senza una meta. / Dall’idea del vagare deriva il signif. di Sbagliare, Incorrere in errore. Allontanarsi dal vero (essendo l’idea dell’errore connessa a quella dello smarrimento della giusta strada).

Perseverare diabolicum.

Come va il mercato editoriale indiano

Tropico del Libro commenta alcuni dati forniti da Nielsen BookScan relativi al mercato editoriale indiano, con una premessa relativa alla difficoltà di trovarne di attendibili, dato che nonostante la crescita delle grandi catene buona parte delle librerie sono piccole e non hanno una gestione elettronica delle scorte. Inoltre, anche la pirateria è un fenomeno molto diffuso.

Nonostante questo, si può comunque vedere una grande crescita dei lettori, influenzata in primo luogo dall’aumento dell’alfabetizzazione. Gli editori, inoltre, possono beneficiare di un ampio sistema di aiuti statali. Altro fenomeno è ovviamente la diffusione dell’inglese. Si stima che l’India sia la sesta industria editoriale al mondo, con un mercato cresciuto del 45% in volume solo nella prima metà del 2011.

Super Nice, un nuovo magazine dalla Cina

Si continuano a muovere le cose sulla scena dell’editoria periodica cinese, con un nuovo magazine chiamato Super Nice. Dopo un numero di prova lo scorso agosto, incentrato sulla “suspence fiction“, le nuove uscite hanno ora un approccio più generalista e mirano a promuovere scrittori che scrivono su Internet per farli entrare nei canali tradizionali.

Come ricorda Paper Republic, la pubblicazione nasce sull’onda e sull’ispirazione della rivista Party, fondata da Han Han e chiusa dopo un numero.

Il fenomeno della freemium fiction in Cina

Tra fiuto per gli affari e sfruttamento delle nuove tecnologie, prende piede in Cina la cosidetta freemium fiction, come spiega Publishing Perspectives in un articolo segnalato da Finzioni.

Non è una novità assoluta: molti degli autori giovani che più tardi hanno guadagnato notorietà anche internazionale hanno cominciato postando su Internet i loro lavori, che anche prima di essere poi pubblicati su carta in Cina erano conosciuti magari da centinaia di migliaia di lettori (ma in Cina i numeri sono sempre enormi, il paese è bello grande, come si sa).

Il nostro Han Han cominciò così la sua carriera: e il successo fu tale da poroiettarlo entro pochi mesi dentro all’editoria ufficiale.

Il sistema della freemium publishing è in realtà interessante per i suggerimenti che può fornire a noi editori italiani, che stiamo qui a domandarci perchè l’eBook non decolla nel nostro paese. E la risposta è: il Web ha regole sue.

L’idea di rendere disponibile sotto forma di rivista o antologia che esce a scadenze regolari dei romanzi che il lettore può iniziare senza pagare, decidendo solo in seguito se acquistare il libro completo è solo un indizio di quel che potrebbe succedere a breve anche in Europa.

Ad esempio cliccando qui  si può scaricare l’anteprima del nostro Le Tre Porte, di Han Han. Se ne possono leggere le prime pagine, e se piace lo si acquista.

Editoria digitale in Cina, il caso Tangcha

Nonostante il mercato cinese dell’editoria digitale attraversi ancora qualche difficoltà, dovute tra le altre cose alla mancanza di piattaforme di distribuzione uniformi, scarsezza di carte di credito e pericoli derivanti dalla pirateria, il caso di Tangcha rappresenta un interessante esempio di successo.

Ne parla Paper Republic che intervista il fondatore Lawrence Li. La piccola casa editrice, solo digitale, punta su un catalogo piuttosto eclettico (si va dai romanzi a una biografia di Steve Jobs), e una certa capacità di muoversi in Rete: pubblicità che si basa fondamentalmente sul passaparola e uno stile piuttosto glamour.

Stile che però si traduce in una notevole attenzione per la leggibilità, con addirittura il lancio di un nuovo carattere tipografico. Sul futuro, Lawrence Li è ottimista. Oltre alla maggiore diffusione delle carte di credito, è convinto che i cinesi sapranno apprezzare e-book di qualità, anche nella confezione.

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