Tutti i post su india

Da Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

Nello scorso capitolo, ovvero alla fine del millennio, sono sorte quattro domande. Poi sono tramontate. Tutto sommato, dare risposte definitive è il compito di un leader: al momento, di risposte e di certezze non ce ne sono. Nelle scuole di oggi non si usano più per gli esami quei fogli protocollo su cui, per scoraggiare i copioni, c’era scritto “Aiutati, che il Ciel ti aiuta”. Tuttavia, per coloro che nutrono curiosità nei confronti dei Moghul e dei pathani, Sri Bimolachoron Deb dichiarò: «Il Bengala per la baraonda, la Cina per l’operosità!», che significa: se si parla di rivolte e tumulti, è difficile battere i bengalesi; ma se si parla di abilità nelle arti e nei mestieri, è difficile battere le fabbriche cinesi. La battaglia fra il governo dello Stato federale e quello dei singoli Stati membri a cui assistiamo ancora oggi cominciò, secondo l’opinione di molti, con il CPM, il Partito Comunista Marxista. I sovrani bengalesi erano spesso dei tipetti spericolati. Non erano soliti rispettare gli ordini impartiti dai Moghul e dai pathani. «Si faceva una rivolta dopo l’altra, ancor prima che si fermasse la rivolta precedente»; questa è sempre stata una tradizione del Bengala. Alla fine del 1999, le dinamiche non erano cambiate. Ancora non era finita la marcia militare dell’epidemia di malaria e del film festival, che già si sentivano gli araldi degli incidenti sugli autobus e degli autobus incendiati. E nelle pause intermedie, qualche festival della poesia, qualche rapimento, un omicidio, e qualche rapido caso di malversazione. Che tutto ciò si fosse calmato oppure no, già arrivavano le trombe e le cornamuse dell’All Bengal Congress. Iniziavano a girare i pettegolezzi sul capodanno, e sulle relative gare a chi mangia più torte, e poi d’un tratto cambiavano direzione. E allora la gente iniziava a scalpitare, a incuriosirsi, a chiedersi con petulanza che cosa era successo. A questo stadio, l’unica mossa intelligente è non fare domande.

Gli ammutinati di CalcuttaNabarun Bhattacharya

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Annie Zaidi, l’Uttar Pradesh e le donne

Nel suo articolo pubblicato su D – la Repubblica delle Donne Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, si sofferma sulla figura di Yogi Adityanath, politico ora alla guida dell’Uttar Pradesh.

L’autrice ricorda le sua posizioni fortemente misogine e controverse, e da lì più in generale la difficilissima situazione di molte donne che ad esempio vengono punite – da gruppi che godono nei fatti di impunità – per aver sposato qualcuno di un’altra casta. Secondo alcuni dati riportati da Annie Zaidi, in India solo una donna su venti è libera di scegliere chi sposare, e il 15% di tutti i suicidi è commesso da casalinghe.

Annie Zaidi e i viaggi

Su D – la Repubblica delle donne Annie Zaidi ha parlato di viaggi. L’autrice, che ha pubblicato con Metropoli d’Asia I miei luoghi, ci lascia qualche riflessione su una apparente nuova mania indiana per i viaggi, chiedendosi però se invece di viaggiare non vogliano invece replicare esperienze che gli sono familiari.

Nella seconda parte Zaidi racconta la sua esperienza con i viaggi, quasi mai in hotel “carini” quanto piuttosto in situazioni di viaggio più “sgangherate”. La riflessione finale è che le esperienze più insolite permettono di vedere le cose più in profondità, viaggiando davvero e non facendo solo del turismo.

Annie Zaidi e la demonetizzazione delle rupie

Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, ha commentato su D – la Repubblica delle donne la decisione del governo indiano di eliminare i tagli di monete da 500 e 1.000 rupie. Il provvedimento era motivato dall’esigenza di combattere la corruzione e l’evasione fiscale, ma a quanto pare ha generato numerosi problemi pratici nella vita quotidiana degli indiani.

L’articolo di Annie Zaidi si concentra proprio su questo, con alcune riflessioni sul fatto che in attesa di un possibile assestamento della situazione il paese sembra ritornato tutto di nuovo in coda per qualsiasi cosa, come negli anni ’80.

Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

«Vent’anni ho lavorato, in un ufficio postale a vendere francobolli. A vedermi non si direbbe, ma sono una donna che ha studiato. Ho superato gli esami di maturità. Ero l’unica impiegata donna dell’ufficio. La posta all’incrocio con Balaram Street, hai presente? Tutto per riuscire a mandarlo in una buona scuola. Quando sono andata in pensione, i colleghi mi hanno regalato una sveglia. Ci crederesti? Una sveglia! Una donna anziana, stanca morta, che passa tutta la notte a rigirarsi nel letto… e le regalano una sveglia. Prendi nota, non dico tanto per dire: c’entra con la tua indagine! La sveglia era una HES. Ha smesso di funzionare nel giro di tre mesi. Non sono riuscita a ricavarci altro che cinque rupie…». Fece una pausa per riprendere fiato. Poi di colpo: «Va bene, per oggi ho parlato abbastanza. Altre domande?».
Ce ne sarebbero state diverse, in effetti. Ma quando Jingo sbirciò il suo elenco, gli ballarono davanti agli occhi annebbiati in una foschia di totale irrilevanza.
«Ahiai». La donna rabbrividì. «Quest’umidità mi fa dolere tutte le ossa. Nelle notti che piove forte, le signore dell’albergo qui sotto s’impietosiscono e mi danno una trapunta vecchia e un angolino dove dormire. Certo, proprio signore non sono, te lo dico io». Abbassò la voce fino a un sussurro. «Ma non sei un bambino, certe cose le sai. Di notte vanno a trovarle degli ubriachi. Se io sono lì a dormire mi prendono in giro, fanno battute su di me. Una vergogna. Ma li ignoro. Che altro posso fare?

Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

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Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

Mi trasferii al pensionato la sera dopo. Le giornate erano più o meno le stesse, all’inizio; bighellonavo nel campus dove non avevo più alcun ruolo ufficiale, e ritornavo solo quando la noia prendeva il sopravvento.
Ma ben presto la routine cambiò, lentamente ma inesorabilmente. Anche Shishir, che era stato invitato a stare al pensionato molto prima di me, si era trasferito la stessa sera, e condividevamo una stanza al primo piano, spaziosa e piuttosto confortevole, che dava sulla strada principale. Con il passare del tempo, il 72 di Banamali Nashkar Lane mi appariva sempre più avvolgente, con ombre che offrivano uno strano sollievo e voci che davano una sensazione di sicurezza. A quanto pareva, dopo anni e anni, avevo trovato un posto dove riuscivo a passare il tempo senza tamburellare le dita sul tavolo aspettando impaziente che arrivasse il sonno.
Fu più o meno allora che vidi per la prima volta Uma.
La casa in cui abitava era visibile soltanto dalla finestrella del bagno. Era un edificio più affidabile, più moderno di quello da cui stavo sbirciando. La finestra da cui la luce delle stelle, della luna e del sole entrava a sprazzi nella nostra casa era sul lato, e il fogliame impediva la visuale sul davanti.

Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

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I miei luoghi citato su Origami (La Stampa)

Il settimanale Origami, allegato a La Stampa, ha pubblicato una breve citazione da I miei luoghi, di Annie Zaidi.


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Amruta Patil su LezPop

Il sito LezPop ha dedicato un approfondimento alla storia e i personaggi di Nel cuore di Smog City, di Amruta Patil, l’unica graphic novel pubblicata da Metropoli d’Asia e solo la terza in India.

Amruta Patil, forse anche per i suoi studi americani, ha sopperito alla mancanza di tradizione di graphic novel in India in modo molto personale ed estremamente artistico. Non è, secondo me, un caso che sia anche una pittrice, perché la sua storia più che una graphic novel sembra un lungo susseguirsi di tavole e quadri intervallati da lunghe parti scritte incredibilmente poetiche. La storia è un po’ poianosa, ma per qualche motivo non risulta così triste. Tanto per cominciare la protagonista, Kari, ventunenne copywriter in un’agenzia pubblicitaria di commercio, nella prima tavola decide di saltare giù dal tetto in contemporanea alla sua compagna, Ruth, che è salita astutamente sul tetto di fronte casa sua.

(continua a leggere su LezPop)


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Il documentario su Nabarun Bhattacharya, raccontato su China Files

Su China Files si parla di Nabarun, del regista bengalese noto come Q, documentario su Nabarun Bhattacharya, autore con Metropoli d’Asia di Gli ammutinati di Calcutta. Il film era stato presentato lo scorso settembre a Roma, nel corso di Asiatica Film Mediale.

Nell’articolo Matteo Miavaldi, esperto di India, mette l’accento sul carattere inquieto dell’autore, sulle sue critiche alla società ritenuta troppo imborghesita nel quadro di una Calcutta undergound e turbolenta.

La vita di Nabarun Bhattacharya, morto a 66 anni per un cancro all’intestino, è stata un inno al disagio non accondiscendente, alla rabbia della strada contro i padroni, gli intellettuali, la società del consumo e la repressione della polizia, che proprio a Calcutta negli anni ’70 si abbatté con violenza contro una generazione di attivisti vicini e spesso – come lo stesso Nabarun – sovrapposti agli ideali rivoluzionari maoisti del naxalismo. Una vita passata a raccontare il proletariato e il sottoproletariato bengalese adottandone non solo lo sguardo prospettivo ma soprattutto il linguaggio crudo, diretto e sboccato, una lingua bengali «pura» contrapposta all’intellettualismo salottiero che contraddistingue l’élite colta e «di sinistra» calcuttina.

(continua a leggere su China Files)


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Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

Non mi ci volle molto a scoprire che in India è piuttosto facile vivere su un treno. Per trovare cibo e amici ci si rivolge sfacciatamente ai compagni di viaggio. Si evitano facilmente i capitreno e il personale ferroviario in genere schizzando nel gabinetto ogni volta che compaiono. E se poi ci si fa crescere barba e capelli come poi alla fi ne feci io, se si indossano vestiti sciatti e sporchi, si fi nisce con l’essere scambiati per un sadhu e si riceve l’elemosina; in questo modo si può tirare avanti senza guadagnarsi da vivere.
Il giorno successivo, da Secunderabad feci ritorno dai genitori che trovai talmente in ansia da essere inclini al perdono. Ricominciai a frequentare l’università. Ero il fi gliol prodigo, ancora immaturo. Mi ci vollero molti più anni, durante i quali ci furono diverse false partenze, tentativi di mettersi su un treno e piantare in asso i miei genitori dopo una lite, per arrivare a trovare il coraggio di rinunciare alla vita domestica e diventare un vagabondo senza meta.

Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

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