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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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Tutti i post su india

Dalit a cavallo

Nel suo ultimo articolo su D – la Repubblica delle Donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, affronta il tema dei dalit e di alcuni episodi di violenza mentre andavano a cavallo, ancora ritenuto dai più conservatori un privilegio riservato alle classi superiori.

Sull’eutanasia in India

Nel suo intervento su D – la Repubblica delle Donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, ci parla di una recente sentenza della Corte suprema indiana che ha acconsentito un caso di eutanasia, tema spinoso come quasi ovunque. L’autrice ricorda poi altri casi in cui la Corte si espressa diversamente, e il dibattitto pubblico che esiste sul tema.

Artisti, libertà e censura

In un suo recente intervento su D – la Repubblica delle Donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, parte dall’esperienza personale nell’organizzazione di un festival letterario per citare alcuni esempi di come gli artisti nell’espressione della loro libertà siano in molte occasioni sotto attacco da parte di gruppi etnici e religiosi.

Da Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

Domenica 24 ottobre 1999, di mattina, Borilal realizzò che aveva dinanzi a sé tre possibilità. Poteva andare a vedere un film al cinema, poteva andare a trovare sua sorella a casa dei suoceri, a Belghoria, oppure, per esercitare la consapevolezza di sé, poteva andare al campo crematorio di Keoratola a studiare le debolezze dell’essere umano. Per qualche misterioso motivo, Borilal fu attratto verso l’opzione Keoratola. E si lasciò condurre da quell’attrazione.
Al campo crematorio di Keoratola non esistono tour guidati. A quanto risulta, nessuna agenzia di viaggi ha mai lanciato slogan pubblicitari del tipo «Venite ad assistere a una puja a Keoratola!», oppure «Andiamo con i nostri amici a fare un bel giro a Keoratola!». Borilal, però, aveva notato la presenza di una guida invisibile, che per prima cosa conduce in maniera decisa il visitatore verso la parte dove ci sono i forni elettrici, quelli che a seconda del peso e della dimensione del corpo aprono e chiudono e riaprono e richiudono il portello come una grande mandibola. A meno che non si rompano. Quando tutte le fornaci sono accese nello stesso momento, si presenta una di quelle scene sovrannaturali che in pochi possono dire di aver visto. D’altra parte di morti non c’è mai penuria. A volte si crea una coda talmente lunga che a Keoratola si registra il tutto esaurito, e allora i morti devono andare a Shiriti o a Goria per liberarsi dal proprio corpo. I visitatori di solito si fermano a vedere i forni elettrici e, soddisfatti della loro esperienza al campo crematorio, dove hanno meditato sulla vacuità dell’esistenza umana, si dirigono a passo svelto verso le bancarelle di cibarie e snack. Una volta i morti venivano bruciati a legna sulle pire funebri. Anche il forno elettrico è desueto. Ormai in tutte le case si è fatto spazio per un piccolo forno a microonde, una versione in miniatura della suddetta fornace. Questo tipo di forno ovviamente non produce ceneri, però ha le opzioni grill, bake, tandoori eccetera. E di solito queste opzioni non vengono applicate al corpo umano.

Gli ammutinati di CalcuttaNabarun Bhattacharya

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Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

Quel nome gli diede una scossa. Rivide file di banchi marroni e panche sfigurate da scritte puerili incise a mano. Rivide una decina di ragazzini dal volto arrossato in pantaloncini beige e camicia di flanella color crema, con l’odiata cravatta marrone. Vide se stesso in mezzo a loro. E un viso dal naso rincagnato da pugile, peloso ben più dei suoi coetanei, con una serie di denti equini e un paio d’occhietti perfidi. Sentì il braccio che gli si torceva e una fiatata calda che gli urlava nell’orecchio.
«Brutto figlio di puttana! Cosa mi hai detto? Prova a ridirlo! Ti spezzo il braccio. Ti strizzo le palle finché non pisci blu!»
«Ahiaaa… nooo! E lasciami! Pietà, Hoshi, pietà…». Poi, schizzato fuori tiro e quasi a metà del cortile non appena la morsa della sua stretta si era allentata (lui era veloce, e Hoshi troppo pigro per rincorrerlo), il grido: «Brutto ippo-pippopotamo!».
Le immagini si fecero più nitide e gli tornarono in mente altre scene: Ippo G. che molestava la professoressa d’inglese. Ippo G. che rovesciava mezza boccetta di inchiostro Camel blu reale sul retro della cotta bianca di un prete. Ippo G. che metteva una confezione intera di lassativo nel caffè dell’insegnante di disegno. Ippo G. che faceva girare un mazzo di carte porno durante l’ora della preghiera. Ippo G. con le braghe calate che si misurava le dimensioni del pene turgido con una squadra da disegno per decidere chi aveva vinto una scommessa. Alla fine il grande Ippopotamo, ormai assurto al ruolo di eroe leggendario, che veniva espulso dalla scuola.

Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

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Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

Per qualche motivo Shishir fu un po’ irritato dalla mia decisione di lasciare il pensionato, ma faceva del suo meglio per non dimostrarlo. Durante uno degli ultimi giorni che passai con i ragazzi del n. 72, cercò di aizzare Ghanada contro di me e la «dolce decisione» che avevo preso.
Devo ammettere che mi metteva a disagio lasciare quel posto senza appianare le divergenze. Era una scelta insolita, soprattutto in questa parte della città in cui due persone di sesso opposto di rado, se non mai, vanno a «vivere insieme». C’era qualcosa di socialmente diabolico in quella situazione e, a essere sinceri, lo sentivo. Ma Ghanada mi mise a mio agio iniziando a raccontare di un incidente che gli era capitato quando aveva dovuto demolire un edificio a Ulan Bator senza l’aiuto di esplosivi. Così – lo ricordo chiaramente, nonostante la nebbia – passai la mia ultima sera al 72 di Banamali Nashkar Lane.
Il giorno dopo facevo l’amore al 14 di Banamali Nashkar Lane.

Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

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Santoni e impunità

Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, nel suo ultimo intervento su D – la Repubblica delle donne parla di alcuni episodi di violenza sessuale perpetrati da popolari santoni, con un ulteriore seguito di scoperte legate ad altre attività criminali sul loro conto.

Nonostante questo, anche nei casi di incarcerazioni e poi di condanne, si è sviluppata una serie di violenze che hanno portato all’uccisione di testimoni e persone legate alle vittime, oltre a un forte clima di omertà attorno al grande seguito che continuano ad avere.

L’India e i matrimoni

In un nuovo intervento su D – la Repubblica delle donne di Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, viene trattato uno degli argomenti più spinosi per la società indiana, cioè quello della libertà sessuale.

Partendo da una singola storia ci viene raccontato come la libertà nella scelta del proprio partner sia ancora oggi un traguardo lontano, e da qui nasce la questione se anche i rapporti sessuali all’interno di un matrimonio possano essere considerati tali. Al riguardo, sembra che per scavalcare il problema verrà addirittura approvata una normativa che depenalizzerà lo stupro se avvenuto all’interno del contesto coniugale.

L’India e i treni

Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, su D – la Repubblica delle Donne ci porta in lungo e largo per l’India in treno, iconico mezzo di trasporto nel paese seppure meno diffuso che in passato grazie al miglioramento della rete stradale e alla diffusione dei voli.

Partendo da ricordi legati ad alcuni biglietti conservati, la scrittrice rivive il mito del treno attraverso aneddoti personali legati alla varia umanità che si incontrava nei vagoni, soprattutto gli onnipresenti venditori di qualsiasi cianfrusaglia.

Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

Quando mi svegliai, scoprii che lo scompartimento era vuoto. La stazione in cui ci trovavamo era strana, diversa da qualsiasi altra stazione avessi visto. Da un lato non c’erano i cartelli nei soliti posti a indicarne il nome. Dall’altro la struttura era differente. L’interno dell’edifi cio era costituito da una serie di enormi archi, che gli davano l’aspetto di una moschea. L’illuminazione era verdognola. Quando uscii, scoprii che tutto l’edifi cio era costruito a forma di fi ore di loto. Allora mi venne un dubbio: era davvero come lo vedevo io, oppure tutto ciò era dovuto all’eroina? Mi stropicciai gli occhi.
Quando l’effetto della droga svanì, cominciai ad avere una vaga idea di ciò che era successo. No, non stavo sognando; l’apparenza non era diversa dalla realtà. Ero involontariamente salito su un treno per il Bangladesh, al confi ne non me n’ero accorto solo perché ero strafatto e rintanato nel bagno. La città in cui mi aveva scaricato la sorte era Dhaka, liberata dal dominio pachistano poco meno di dieci anni prima. Sembrava la fantasticheria di un bambino, quella che ci porta a sospendere volontariamente l’incredulità. Ma una cosa rimase un mistero: come ero salito su un treno a scartamento superiore al normale a Sealdah e uscito fuori da uno a scartamento ridotto a Dhaka. Ancora oggi non so come sia successo. Feci una lunga passeggiata per i vicoli e le viuzze della terra appena scoperta. Percorrevo zone che più tardi avrei conosciuto come Dhanmondi, Motijhul, Jiktuli e Sultan Road, girovagando senza meta. Mi resi conto che ero diventato all’improvviso un immigrato illegale senza documenti in un Paese straniero. Potevo anche fi nire in prigione se mi avessero preso. Questo mi preoccupò. Non riuscivo a sopportare il pensiero della prigione dopo così tanta libertà. Ma era altrettanto poco probabile che potessi tornare in India nel modo in cui ero arrivato.

Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

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