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Annie Zaidi e il movimento Me Too in India

Nel suo ultimo intervento su D – la Repubblica delle donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, parla del recente successo del movimento Me Too in India. Diverse iniziative hanno portato a un aumento della sensibilità generale sul tema, anche grazie all’aiuto dei social network.

Annie Zaidi e l’identità indiana

Nel suo ultimo intervento su D – la Repubblica delle Donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, ci fornisce un quadro sul dibattito relativo alla vera origine etnica dei primi indiani, anche alla luce di alcuni ritrovamenti archeologici che lo hanno recentemente riacceso.

Da Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry

«Fate passare! Fate largo al cadavere…».
Quando siamo arrivati a Kalbadevi, la tonante voce di basso di Rustom aveva perso un po’ della sua baldanza, e le sue grida si erano fatte più flebili e sporadiche. Io mi sentivo le gambe malferme e tremanti. Ciò nonostante, la gente si faceva da parte, rispettosa, e alcuni mormoravano perfino tra sé: «Un cadavere parsi!», quasi stupiti che la morte avesse davvero colpito un membro di quella comunità privilegiata e singolare.
Sarebbe stata una scarpinata lunga e noiosa, lo sapevamo tutti, anche se avevamo preso la via più breve possibile: superata la Flora Fountain e Dhobi Talao, attraverso Girgaum e Hughes Road, per arrivare infine alle Torri. Ma a un certo punto, sotto il sole cocente, sono inciampato, rischiando di perdere la presa sul catafalco.
Non mangiavo niente dalla sera prima. Poco prima di andarcene dalla casa di Cusrow Baag, alcuni vicini gentili della famiglia del defunto ci avevano allungato una ciotola di terracotta piena di vino di palma – aspro da morire, ma l’avevo bevuto avidamente, perché avevo la bocca riarsa – e cubetti marroni di zucchero grezzo infilati in ciambelline morbide di pane bianco: ci dovevano dare energia per la lunga camminata del ritorno.

Da Le torri del silenzio, di Cyrus Mistry

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Da I miei luoghi, di Annie Zaidi

Le porte di una «resa» benevola erano state sbarrate più o meno nel 2004. L’allora ispettore capo della polizia, Sanjay Rana, mi disse categoricamente che ai Gadariya non sarebbe più stata concessa la possibilità di negoziarne i termini. Sarebbero stati arrestati, oppure uccisi durante uno scontro a fuoco.
Il massacro di Bhanwarpura, in cui tredici Gujjar erano stati sequestrati all’alba, legati mani e piedi e uccisi a sangue freddo, aveva scosso le coscienze. Il consenso dell’opinione pubblica calava sempre di più.
Eppure non era una questione semplice, un mucchio di criminali che uccide un gruppetto di contadini indifesi. In India, niente è mai così semplice. Le vittime erano perlopiù Gujjar, una comunità in posizione relativamente dominate nella regione, seconda solo ai Thakur in quanto a terre, denaro e potere. Molti uomini di loro portano armi e si spostano a cavallo più per status symbol, che per necessità. Il 70 per cento delle armi della fascia del Chambal sono in effetti di proprietà di Gujjar e Thakur. I Gadariya, al contrario, sono poveri caprari. Non hanno peso politico, e pochi di loro posseggono armi.

Da I miei luoghi. A spasso con i banditi e altre storie vere, di Annie Zaidi

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Dalit a cavallo

Nel suo ultimo articolo su D – la Repubblica delle Donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, affronta il tema dei dalit e di alcuni episodi di violenza mentre andavano a cavallo, ancora ritenuto dai più conservatori un privilegio riservato alle classi superiori.

Sull’eutanasia in India

Nel suo intervento su D – la Repubblica delle Donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, ci parla di una recente sentenza della Corte suprema indiana che ha acconsentito un caso di eutanasia, tema spinoso come quasi ovunque. L’autrice ricorda poi altri casi in cui la Corte si espressa diversamente, e il dibattitto pubblico che esiste sul tema.

Artisti, libertà e censura

In un suo recente intervento su D – la Repubblica delle Donne, Annie Zaidi, autrice con Metropoli d’Asia di I miei luoghi, parte dall’esperienza personale nell’organizzazione di un festival letterario per citare alcuni esempi di come gli artisti nell’espressione della loro libertà siano in molte occasioni sotto attacco da parte di gruppi etnici e religiosi.

Da Gli ammutinati di Calcutta, di Nabarun Bhattacharya

Domenica 24 ottobre 1999, di mattina, Borilal realizzò che aveva dinanzi a sé tre possibilità. Poteva andare a vedere un film al cinema, poteva andare a trovare sua sorella a casa dei suoceri, a Belghoria, oppure, per esercitare la consapevolezza di sé, poteva andare al campo crematorio di Keoratola a studiare le debolezze dell’essere umano. Per qualche misterioso motivo, Borilal fu attratto verso l’opzione Keoratola. E si lasciò condurre da quell’attrazione.
Al campo crematorio di Keoratola non esistono tour guidati. A quanto risulta, nessuna agenzia di viaggi ha mai lanciato slogan pubblicitari del tipo «Venite ad assistere a una puja a Keoratola!», oppure «Andiamo con i nostri amici a fare un bel giro a Keoratola!». Borilal, però, aveva notato la presenza di una guida invisibile, che per prima cosa conduce in maniera decisa il visitatore verso la parte dove ci sono i forni elettrici, quelli che a seconda del peso e della dimensione del corpo aprono e chiudono e riaprono e richiudono il portello come una grande mandibola. A meno che non si rompano. Quando tutte le fornaci sono accese nello stesso momento, si presenta una di quelle scene sovrannaturali che in pochi possono dire di aver visto. D’altra parte di morti non c’è mai penuria. A volte si crea una coda talmente lunga che a Keoratola si registra il tutto esaurito, e allora i morti devono andare a Shiriti o a Goria per liberarsi dal proprio corpo. I visitatori di solito si fermano a vedere i forni elettrici e, soddisfatti della loro esperienza al campo crematorio, dove hanno meditato sulla vacuità dell’esistenza umana, si dirigono a passo svelto verso le bancarelle di cibarie e snack. Una volta i morti venivano bruciati a legna sulle pire funebri. Anche il forno elettrico è desueto. Ormai in tutte le case si è fatto spazio per un piccolo forno a microonde, una versione in miniatura della suddetta fornace. Questo tipo di forno ovviamente non produce ceneri, però ha le opzioni grill, bake, tandoori eccetera. E di solito queste opzioni non vengono applicate al corpo umano.

Gli ammutinati di CalcuttaNabarun Bhattacharya

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Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

Quel nome gli diede una scossa. Rivide file di banchi marroni e panche sfigurate da scritte puerili incise a mano. Rivide una decina di ragazzini dal volto arrossato in pantaloncini beige e camicia di flanella color crema, con l’odiata cravatta marrone. Vide se stesso in mezzo a loro. E un viso dal naso rincagnato da pugile, peloso ben più dei suoi coetanei, con una serie di denti equini e un paio d’occhietti perfidi. Sentì il braccio che gli si torceva e una fiatata calda che gli urlava nell’orecchio.
«Brutto figlio di puttana! Cosa mi hai detto? Prova a ridirlo! Ti spezzo il braccio. Ti strizzo le palle finché non pisci blu!»
«Ahiaaa… nooo! E lasciami! Pietà, Hoshi, pietà…». Poi, schizzato fuori tiro e quasi a metà del cortile non appena la morsa della sua stretta si era allentata (lui era veloce, e Hoshi troppo pigro per rincorrerlo), il grido: «Brutto ippo-pippopotamo!».
Le immagini si fecero più nitide e gli tornarono in mente altre scene: Ippo G. che molestava la professoressa d’inglese. Ippo G. che rovesciava mezza boccetta di inchiostro Camel blu reale sul retro della cotta bianca di un prete. Ippo G. che metteva una confezione intera di lassativo nel caffè dell’insegnante di disegno. Ippo G. che faceva girare un mazzo di carte porno durante l’ora della preghiera. Ippo G. con le braghe calate che si misurava le dimensioni del pene turgido con una squadra da disegno per decidere chi aveva vinto una scommessa. Alla fine il grande Ippopotamo, ormai assurto al ruolo di eroe leggendario, che veniva espulso dalla scuola.

Da Le ceneri di Bombay, di Cyrus Mistry

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Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

Per qualche motivo Shishir fu un po’ irritato dalla mia decisione di lasciare il pensionato, ma faceva del suo meglio per non dimostrarlo. Durante uno degli ultimi giorni che passai con i ragazzi del n. 72, cercò di aizzare Ghanada contro di me e la «dolce decisione» che avevo preso.
Devo ammettere che mi metteva a disagio lasciare quel posto senza appianare le divergenze. Era una scelta insolita, soprattutto in questa parte della città in cui due persone di sesso opposto di rado, se non mai, vanno a «vivere insieme». C’era qualcosa di socialmente diabolico in quella situazione e, a essere sinceri, lo sentivo. Ma Ghanada mi mise a mio agio iniziando a raccontare di un incidente che gli era capitato quando aveva dovuto demolire un edificio a Ulan Bator senza l’aiuto di esplosivi. Così – lo ricordo chiaramente, nonostante la nebbia – passai la mia ultima sera al 72 di Banamali Nashkar Lane.
Il giorno dopo facevo l’amore al 14 di Banamali Nashkar Lane.

Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

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