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    La casa editrice di Andrea Berrini, scrittore e saggista. L’obiettivo: scoprire e tradurre narratori contemporanei asiatici che propongono scritture innovative.
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Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

Mi trasferii al pensionato la sera dopo. Le giornate erano più o meno le stesse, all’inizio; bighellonavo nel campus dove non avevo più alcun ruolo ufficiale, e ritornavo solo quando la noia prendeva il sopravvento.
Ma ben presto la routine cambiò, lentamente ma inesorabilmente. Anche Shishir, che era stato invitato a stare al pensionato molto prima di me, si era trasferito la stessa sera, e condividevamo una stanza al primo piano, spaziosa e piuttosto confortevole, che dava sulla strada principale. Con il passare del tempo, il 72 di Banamali Nashkar Lane mi appariva sempre più avvolgente, con ombre che offrivano uno strano sollievo e voci che davano una sensazione di sicurezza. A quanto pareva, dopo anni e anni, avevo trovato un posto dove riuscivo a passare il tempo senza tamburellare le dita sul tavolo aspettando impaziente che arrivasse il sonno.
Fu più o meno allora che vidi per la prima volta Uma.
La casa in cui abitava era visibile soltanto dalla finestrella del bagno. Era un edificio più affidabile, più moderno di quello da cui stavo sbirciando. La finestra da cui la luce delle stelle, della luna e del sole entrava a sprazzi nella nostra casa era sul lato, e il fogliame impediva la visuale sul davanti.

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Da Il giardino delle delizie terrene, di Indrajit Hazra

Mentre Shishir e io salivamo i gradini in stile catacomba sentii uno strano profumo nell’aria. Era così in contrasto con quello che avevo visto al piano terra – fogne a cielo aperto, pavimenti bagnati, isole di spazzatura, soffitti neri di fuliggine e roditori iperattivi – che mi sembrava di entrare in uno di quei mondi artificiali concepiti per stimolare i sensi e tenerli in forma.
Era tutto bagnato, e in più pioveva forte. Shishir era già fradicio. Io ero riuscito in qualche modo, con balzi e saltelli e acrobazie varie, a trovare quasi sempre un riparo, quindi non ero da strizzare.
«Sei riuscito a mettere in salvo la scatola delle sigarette?», chiese Shishir mentre raggiungevamo un altro pianerottolo e ci fermavamo prima di continuare a salire. Un tizio magro, in canottiera e occhiali spessi, venne verso di noi tenendo in equilibrio un grosso vassoio di metallo ricoperto di piatti coperti da altri piatti e un bicchiere d’acqua.

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Sentii una bicicletta passare davanti all’entrata del negozio, se così si poteva ancora definire, e il tintinnio di bottiglie che cozzano tra loro. Era il lattaio che faceva le consegne al pensionato di fronte. Evidentemente non trovava niente di strano nel vedere un uomo, che era stato malmenato e non lo nascondeva, appoggiato a quella che, fino a poco tempo prima, era la porta a vento di un telefono pubblico. Anzi, non mi notò del tutto. E perché avrebbe dovuto? C’erano un piccolo bar e un telefono pubblico – e nessuno dei due comprava il latte da lui.
Un motivo per cui ho sempre odiato l’estate è che la luce arriva troppo presto. Il sole prende una scorciatoia di cui nessuno, a quanto pare, conosce l’esistenza e la città diventa grigiastra molto prima che in inverno. Ma il problema è che, almeno in Banamali Nashkar Lane, tutti dormono ancora quando la luce estiva colpisce le porte e le finestre delle case. Tranne i lattai zombie, ovviamente.
Trattenendo il fiato controllai le tasche dei pantaloni. La chiave di casa c’era ancora. Come dare a Uma la notizia? Avrei dovuto fingermi in preda a una crisi isterica e continuare a ripetere maniacalmente i dettagli dell’aggressione? O semplicemente raccontarle i fatti con sufficiente intensità drammatica da farle capire che ero stato vittima di un terribile incidente ed ero gravemente turbato? Come avrei potuto affrontare l’argomento senza ricordarle che mi ero dimenticato di assicurare il locale? Con in mente due modi opposti di descrivere i fatti, mi trascinai su per le scale strette. Mentre lasciavo il mio cubicolo, notai che la luce al neon era ancora accesa e ronzava. Nessuno si era preoccupato di spegnerla con una sprangata.

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In quella mattinata in cui tutto ronzava, la gente e il neon, pensai di aver già visto una di quelle persone. L’unico problema era che aveva un trucco pesante e la parrucca, e indossava un sari. Nell’equivoca scenografia della luce tremolante e della sinfonia di corvi, avevo finito per decidere che era un uomo. A un certo punto notai che le quattro figure indossavano tutte dei sari – quelli sintetici, da due soldi, che le puttane mettono quando non devono far colpo. Erano ancora lì all’entrata a lanciare i loro sguardi un-due-tre quando pensai di mostrarmi interessato e chiedere se volevano fare una telefonata. Ma prima che potessi calarmi nella parte del commerciante cortese, due di quelle «signore» avanzarono verso di me. Lanciandomi un’occhiata, una di loro mi disse: «Faccio un’urbana». «Prego», risposi io con gentilezza, fingendo di non essere per niente incuriosito dal loro aspetto. Avevano la barba di qualche giorno, ma i peli sulle mani erano accuratamente pettinati. Eunuchi, ecco cos’erano. Ma prima di tutto erano clienti e se non si mettevano a battere le mani, sculettare, alzare la sottana e chiedere soldi, non mi davano alcun fastidio.

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gelzinis_norris@mailxu.com