Calcutta e Kolkata

Mandira Sen è un’editrice di Calcutta. La sua Stree Samya dichiara di occuparsi di ‘Gender and Social Issues’: le donne innanzitutto, ma anche gli intoccabili, la società indiana e quella del West Bengal, lo stato che ha Kolkata per capitale e che per decenni è stato considerato cuore culturale dell’India e della sua intelllighenzia di sinistra, perché governato da un partito comunista che nazionalizzava e restava legato a doppio filo ai sindacati operai, favorendo ogni forma di espressione artistica: prima di Bollywood il grande cinema indiano è nato qui (Satyajit Rai), e la letteratura in lingua bengalese (che data le sue origini nel 14° secolo) ha vissuto un periodo di rifioritura nei decenni successivi all’indipendenza indiana, sule orme di Rabindranath Tagore. Ci sarebbe da parlarne per pagine e pagine, ora basti dire che i tempi son cambiati, e di parecchio.
Io come sempre preferisco scrivere di lei, di Mandira Sen, di chi le sta intorno, e del nostro incontro. Che mi ha portato in una bella casa della media borghesia di Calcutta, o Kolkata in hindi, o Kolikata in bengali, non ricca ma raffinata, piena di legno e libri, e come sempre di ottima cucina indiana.
Sono a spasso con un gruppo di editori italiani intruppati dall’AIE (di questo sì, dovrò raccontare), spaventati dal disordine, dalla povertà, dal traffico e dalle latrine. Ho cercato di spiegarglielo. Delle grandi città Calcutta è quella che più conserva il segno delle metropoli indiane. Usciamo da un hotel mitologico (il The Grand) che sembra costruito come un fortino, quadrato attorno alle sue palme e alla sua piscina, cesellato di vetri smerigliati e parquet, di lampadari a goccia e marmi (indani? O li portavano da Carrara, da Milos?). Due soldati lo presidiano dentro a una garitta protetta da una lastra di metallo pesante, e puntano i fucili mitragliatori verso l’esterno. Si esce dal cancello ed ecco il giardino delle delizie terrene di Hyeronimus Bosh (e di Indrajit Hazra), i corpi sembrano accatastati l’uno sull’altro, i negozianti siedono a gambe incrociate appollaiati dentro a scatole sopraelevate, i mendicanti implorano, i negozi delle griffe cercano di farsi luce nella confusione. Ma quando le giri a piedi, queste strade, non ti senti minacciato, non temi per le tue saccocce, non hai una sensazione di assalto imminente, semmai un pochino di asfissia. Sono bravi gli editori italiani: sfidano uno schock, e ne escono soddisfatti.
Ma se anche volessi, io pur più avvezzo all’India, chiudermi dentro a un pullmino con aria condizionata, Mandira non me lo consente: nella sua grafia che tanto ricorda quelle dei nostri padri, o nonne, mi da indicazioni su come uscire da una fermata di metrò che prima va, ovviamente raggiunta.
E il metrò è una piacevole sorpresa: niente a che vedere con la modernità esibita di quello di Delhi, men che meno con l’affollamento dei treni urbani di Bombay. Solo, un po’ di coda per il biglietto, davanti a una cassa che sembra uscita dai nostri anni cinquanta: con i foglietti appiccicati con lo scotch per dirti dove devi andare. Vado alla fermata di Kalighat, appunto non lontano dalle gradinate dove si scendeva al fiume un tempo, dedicate a Kali così come il tempietto sotterraneo, incastonato nelle piastrelle a muro della stazione del metrò, baricentro delle indicazioni scritte da Mandira: sali la scala a sinistra dell’altare (però dice shrine: quindi reliquario?) esci e vedrai la mia via.
Il personaggio, in casa, è il marito. Governando i due figli adottati da piccoli, e un cane che vorrebbe sedersi sempre sopra alle mie scarpe, mi racconta del West Bengal. Amit è di una cultura stratosferica, potrei ascoltarlo per ore, anche se non di cultura si occupa: ma di cosa si occupa esattamente? Si descrisse come economista un anno fa, quando ci portò in giro per i vecchi club di Kolkata (Cricket Club, Gymkhana Club, Radio Club, gli stessi nomi che a Bombay, gli stessi arredi coloniali, come a casa loro legni scuri e vetri smerigliati, whisky pregiati, camerieri in livrea). Quando Draghi ha preso il comando della BCE Mandira mi ha scritto: me lo ricordo, era un compagno di studi di Amit, e io ero diventata amica intima di sua moglie: tu per caso non sai come potremmo contattarlo, ora? Figurati. Ma Amit ora mi dice: economista? Beh mi sono interessato di commerci… Il tutto dentro a un salotto di sicuro non leccato, molto poco ‘pettinato’: e il cane puzza, devo dire. Ma qui si beve birra a fiumi, per cominciare.
Protagonisti della serata saranno il mio amico Carlo Laurenti, traduttore di Cioran, collaboratore di lungo corso con l’Adelphi di Calasso, uno stile a metà strada tra l’hippy in ritardo e l’intellettuale British anni ’40, magari omosessuale (ma lui non lo è), magari un po’ fuori, magari ubriaco della sua stessa passione per le connesioni e le reciproche influenze tra Oriente e Occidente, di cui discorre con Sankar, un’amico della famiglia Sen, saggista bengali e traduttore, sempre in bengali, di filosofia classica europea. Mi perdo, scusatemi, non riesco a seguirvi e comunque non dopo questa birra, questo vino, e l’whisky che tengo tra le mani.
E insomma, Mandira? Mandira è la stessa del video che qui in coma ho linkato: qualche improvvisa scivolata verso un sorrisetto insofferente, frequenti riassestamenti su un sorriso solare, dolcissimo, una attempata e giovanissima vecchia signora che doveva essere bellissima anche solo pochi anni fa e che chiunque sposerebbe di corsa ora. Pensieri pieni di whisky, certo.
Bel catalogo, quello di Mandira. Intraducibile in Italia, ma dategli una scorsa: questa è la borghesia intellettuale di Calcutta, che come la nostra non sa più bene dove andare. Uguale uguale, gente. Sono le connessioni: tra l’Oriente e l’Occidente.

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