Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

La mia passione per i treni risale al tempo in cui mio padre, un funzionario delle ferrovie, portava a casa alcune copie degli orari e poi le lasciava in giro. Avevo appena otto o nove anni. Raccoglievo quei volumi uno a uno e li studiavo attentamente, con un entusiasmo che di rado ho rivolto ai testi scolastici. Spesso mio padre commentava che se avessi studiato per gli esami con la stessa meticolosità con cui leggevo gli orari ferroviari, sarei stato il primo della classe. Voleva che diventassi dottore. Ma libri ed esami erano faccende noiose. Rabbrividivo all’idea che un giorno sarei stato sufficientemente istruito da saper badare a me stesso. A tenermi incollato agli orari era l’idea eccitante che collegavo alla possibilità di viaggiare, il senso di libertà e di avventura che prometteva ogni viaggio verso posti sconosciuti. L’immagine di tre locomotive convergenti, a vapore, elettrica e diesel, sulla copertina di alcuni opuscoli è un ricordo che mi resterà per tutta la vita. Mentre scorrevo le pagine, i nomi dei treni avevano un effetto magico sulla mia mente. Scoprii così che c’erano due postali per Calcutta da Bombay, uno via Nagpur, l’altro via Allahabad. Decisi che se un giorno fossi andato a Calcutta, avrei preso il Postale che passava da Allahabad, così la tratta più lunga mi avrebbe permesso di restare di più sul treno. Conoscevo a memoria il nome di ogni stazione tra Bombay e Pune e alcune dal suono buffo, tipo «Vangani», mi facevano ridere tra me e me.

Da Autobiografia di un indiano ignoto, di R. Raj Rao

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