Da La Cina sono io, di Xiaolu Guo

Brandon varca la cancellata del Centro Rimpatrio Forzato con la sua pizza ai peperoni e il suo caffè annacquato. Oggi non ha buone notizie per Jian. Supera due operai in tuta blu arrampicati su una scala a pioli che stanno portando giù il cartello Centro Rimpatrio Forzato di Dover. Rimontano sulla scala a pioli e Centro Rimpatrio Forzato diventa Centro Detenzione. Brandon alza gli occhi; nel cielo vagano pesanti nuvole nere. Cade la pioggia, che bagna all’istante il cartello appeso da poco dagli operai.
Un operaio si rivolge al collega. «Ma rimpatrio forzato e detenzione non sono la stessa cosa? La maggior parte degli stranieri che tengono chiusi qui saranno rimandati indietro, no?».
Brandon è bombardato dalle gocce di pioggia. Corre nell’edificio per ripararsi.
La pioggia picchietta la finestra vicino a Jian. Quando Brandon comunica le ultime notizie, Jian si china sul planisfero, quasi a volersi fondere in quella superficie di carta. Le autorità inglesi stanno chiudendo la porta agli immigrati; rifiuteranno quasi il 90 per cento delle domande in base al nuovo sistema a punti.
«Jian, cerca di capire, in questo Paese non c’è spazio per altre persone. Questa non è la Cina!»
«In quanti siete?» chiede Jian.
«Sessanta milioni, inclusi i gallesi e noi scozzesi. È tantissimo per un’isola così. Non è come in Svizzera, che sono solo in sette milioni!».

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